Let's talk about books

6/30/2020

Scaffale Rainbow #14

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Titolo: Le transizioni
Titolo originale: Tiranan sydän 
Autore: Pajtim Statovci
Trad.: Nicola Rainò
EditoreSellerio
Collana: Il contesto n. 108
Genere: Narrativa, Lgbtqia Fiction 
Pagg.: 272 
Prima pubblicazione: 20 febbraio 2020
Prezzo cartaceo: € 16,00 
Prezzo ebook: € 9,99 
Link per l'acquisto: Sellerio - Amazon - Kobo

Sinossi 
Un ragazzo che sa diventare una donna: si chiama Bujar, e può essere una giovane di Sarajevo corteggiata da uomini di ogni età oppure un affascinante spagnolo che fa innamorare ragazze alle quali non riesce a concedersi. Bujar inventa continuamente se stesso e la propria storia, come un impostore che si appropria dei frammenti che carpisce agli altri, del passato delle persone che ha amato, dei loro nomi, perché può scegliere chi vuole essere, il paese da cui proviene, i dettagli della propria esistenza, semplicemente mentre si racconta a un amico o a una sconosciuta, nel resoconto di una vita trascorsa in viaggio e in fuga, dall’Albania all’America, passando per Roma, Madrid, Berlino, Helsinki. Perché, come dice lui stesso, «nessuno è tenuto a rimanere la persona che è nata, possiamo ricomporci come un nuovo puzzle».
A partire dall’adolescenza poverissima a Tirana, «la discarica d’Europa, il fanalino di coda dell’Europa, la prigione a cielo aperto più grande d’Europa», Bujar narra la sua storia in prima persona. I genitori, la sorella, l’amicizia con Agim, coetaneo e vicino di casa, rifiutato dalla famiglia per il suo orientamento sessuale. Entrambi fuori luogo in un paese devastato, sempre più dipendenti l’uno dall’altro, decidono di lanciarsi verso un futuro che gli appartenga. Vivono per le strade di Tirana, poi sulla costa, fino al viaggio da clandestini in Italia attraverso l’Adriatico. Dall’isolamento e l’umiliazione, dalla vergogna della solitudine, prende forma man mano un diverso Bujar, una creatura nuova che non ha più origine e nazionalità, e che è pronta a sfidare e ad abitare il mondo intero. 

Emozionante riflessione letteraria sull’identità condotta con una sensibilità innovativa e spiazzante, scritto con una lingua capace di comprimere in una sola frase la rabbia e il desiderio, la malinconia e il dettaglio più minuto, il romanzo segna il talento di un autore giovanissimo che racconta l’appartenenza e l’esclusione, l’amore e la crudeltà in un libro che come ha scritto The Guardian «sorge dalle ceneri del secolo precedente come una potente fenice». 

Incipit 
Quando penso alla mia morte, il momento in cui succede è sempre lo stesso. Indosso una camicia anonima, abbinata ai pantaloni, di un tessuto leggero, piuttosto comodo. È mattina presto e sono felice, provo quella sensazione di gioia e appagamento che mi dà il primo boccone del mio piatto preferito. Ci sono delle persone intorno a me, non le conosco ancora, ma un giorno le conoscerò, e sono in un dato luogo, disteso sul mio lettino di ospedale in una camera singola, nessuno vicino a me è in fin di vita, fuori il giorno si sta rimettendo lentamente in piedi come un vecchio afflitto dai reumatismi, sento parole provenienti dalla bocca dei miei cari, poi un contatto sulla mia mano, e il bacio sulla mia guancia è come la casa che mi sono costruito attorno come un santuario. 
Poi uno a uno i miei organi cedono e le funzioni corporee cessano: dal mio cervello non partono più ordini al resto del corpo, la circolazione sanguigna si ferma e il cuore si arresta, spietato e inesorabile, e io semplicemente smetto di esistere. Dove una volta c’era il mio corpo restano solo epidermide e tessuti, e al di sotto liquidi e ossa e organi senza alcun significato. Morire è facile come scivolare per un lieve pendio.

Pajtim Statovci biografia
Pajtim Statovci, nato in Kosovo nel 1990, è cresciuto in Finlandia dove si è trasferito con la famiglia fuggita dalla guerra quando aveva due anni. Il suo romanzo d’esordio, uscito nel 2014 e pubblicato in Italia con il titolo L’ultimo parallelo dell’anima, ha vinto il Premio Helsingin Sanomat. Le transizioni, il suo secondo romanzo, tradotto in molte lingue, ha vinto il Toisinkoinen Literature Prize nel 2016 e nel 2018 gli è stato assegnato l’Helsinki Writer of the Year Award. Nel 2019 è uscito il suo terzo romanzo, Bolla, a cui è stato conferito il prestigioso Finlandia Prize, che consacra l’autore come il più giovane vincitore di ogni tempo. 

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6/26/2020

Libri in uscita: "Un vizio innaturale" (Serie Sins of the Cities #2) di K.J. Charles

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Titolo: Un vizio innaturale 
Titolo originale: An Unnatural Vice
Serie: Sins of the Cities #2
Autrice: K. J. Charles
Traduttrice: Chiara Fazzi
Editore: Triskell Edizioni 
Genere: Storico
Pagg.: 274 
Prezzo ebook: € 4,99 
Prezzo cartaceo: € 12,00 
Data di pubblicazione: 4 luglio 2020 
Link per l'acquisto: Triskell - Amazon - Kobo

Sinossi 
Nelle sordide strade della Londra vittoriana, una passione indesiderata divampa tra due nemici giurati quando un letale segreto li costringe a collaborare.
Il giornalista d’inchiesta Nathaniel Roy è deciso a smascherare gli spiritisti, che sfruttano il dolore delle persone rese vulnerabili dal lutto. Il primo nome sulla sua lista è il cosiddetto Veggente di Londra, Justin Lazarus. Nathaniel si aspetta uno spietato truffatore da quattro soldi. Ciò che non si aspetta è di incontrare un uomo dal sorriso peccaminoso e con gli occhi di un angelo caduto, né che quello sfacciato imbroglione riesca a riaccendere il suo desiderio per la prima volta dopo anni.
Justin non prova alcun rimorso per le bugie che racconta durante le proprie sedute. I suoi sprovveduti clienti lo annoiano. Mentre l’ostile, scettico e assolutamente irresistibile Nathaniel è per lui una seducente sfida. E mentre lo scontro di volontà e di menti si surriscalda, Justin scopre di non riuscire a smettere di pensare all’uomo che è tanto determinato a rovinarlo.
Ma tra Justin e Nathaniel c’è ben di più della crescente ossessione che nutrono l’uno per l’altro. Si trovano entrambi coinvolti nei segreti di una famiglia aristocratica, e Justin è in possesso di informazioni che potrebbero rivelarsi fatali. Assediato da assassini e fanatici nella nebbia londinese, Justin si rende conto che Nathaniel è l’unico uomo di cui possa fidarsi. E forse anche l’unico che possa amare. 

Estratto del prologo del romanzo "Un vizio innaturale": clicca qui

Serie Sins of the Cities
Un'inattesa attrazione (Sins of the Cities #1): clicca qui

La nostra intervista a K.J. Charles: clicca qui 

Serie di K.J. Charles attualmente pubblicata in Italia
Una raffinata trasgressione (Consorzio di gentiluomini #1): clicca qui 
Una sensuale ribellione (Consorzio di gentiluomini #2): clicca qui
Una rispettabile posizione (Consorzio di gentiluomini #3): clicca qui

K.J. Charles biografia 
K.J. CHARLES è una scrittrice ed editor freelance che vive a Londra. Ha due figli, un gatto, un capanno dove scrivere e una grossa tazza di tè. Probabilmente tutto ciò che le serve nella vita. È possibile trovarla troppo spesso su Twitter o Facebook.

È possibile seguire K.J. Charles su: 
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6/25/2020

Recensione: "Armi e bagagli" (Serie Cut & Run #1) di Abigail Roux

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Titolo: Armi e bagagli
Titolo originale: Cut & Run
Serie: Cut & Run #1
Autrice: Abigail Roux
Trad. di: Emanuela Graziani
Editore: Triskell Edizioni 
Genere: Contemporaneo 
Pagg.: 410

Prezzo ebook: € 4,99 
Prezzo cartaceo: € 13,00 qui
Data di uscita: 24 giugno 2020 
Link per l'acquisto: Triskell - Amazon - Kobo 


Sinossi 
A New York City una serie di omicidi tiene in scacco sia la polizia che l’FBI; il sospetto è che dietro di essi si celi un unico colpevole che manda un messaggio indecifrabile. L’uccisione dei due agenti federali assegnati alle indagini porta il Bureau a raddoppiare gli sforzi per la cattura del killer.
L’agente speciale Ty Grady viene richiamato da un incarico sotto copertura dopo che l’operazione di cui era a capo è stata compromessa. È presuntuoso, intrattabile, e senza ombra di dubbio il migliore in ciò che fa. Ma quando viene affiancato all’agente speciale Zane Garrett, è odio a prima vista. Garrett è il ritratto dell’agente perfetto: serio, misurato, concentrato. Insieme rappresentano il più classico dei cliché: opposti in tutto, poliziotto buono-poliziotto cattivo, la strana coppia. Capiscono all’istante che il loro rapporto sarà un ostacolo maggiore della mancanza di indizi lasciati dal killer. 
Appena prima che inizi la loro missione speciale, l’assassino colpisce ancora, prendendoli di mira. Costretti alla fuga mentre cercano di rintracciare un uomo che ha come obiettivo uccidere chi si mette sulle sue tracce, Grady e Garrett dovranno trovare il modo di lavorare insieme prima di diventare altre due tacche sul coltello del killer. 

Recensione 
Per iniziare a raccontarvi del nostro profondo, immenso, incomparabile amore per la serie Cut & Run, dobbiamo tornare indietro di qualche anno, quando eravamo ancora incerte esploratrici del genere male to male. Come centinaia di lettori, chi prima e chi dopo, anche noi siamo cadute vittime del burbero fascino di Ty e Zane, al punto che qualsiasi romanzo iniziato subito dopo la lettura delle loro puntuali e sistematiche avventure appariva, a confronto, insipido e incolore. Era dura riemergere dal mondo abilmente creato dalla Roux, o lasciarsi alle spalle, sebbene con la promessa di vicende future, lo spessore di personaggi così imperfetti da risultare straordinariamente perfetti. Era quasi impossibile far scemare l'adrenalina che, come un fiume in piena, scorreva rapida e violenta nelle nostre vene, o trovare altrove una passione tanto grande e allo stesso tempo tanto difficile da gestire. Un autore in grado di generare un’empatia così potente nel lettore è un autore che non può essere ignorato: lo si deve scoprire, lo si deve leggere. Ed è per questo che, con le nostre parole, siamo qui a rivolgerci a tutti coloro che ancora NON hanno conosciuto i due agenti dell’FBI più controversi e affascinanti di sempre. Sul serio, non stiamo esagerando! 

Finalmente, grazie alla dedizione e all’impegno di Triskell Edizioni, dopo anni di assenza e con la rinnovata traduzione di Emanuela Graziani, il primo volume della serie,  "Armi e bagagli", è di nuovo disponibile. 
"Perché dovremmo leggerlo?" — direte voi? Bè, i motivi sono molteplici. Per gli amanti del genere thriller, Abigail Roux ha creato una storia mozzafiato, ricca di azione e colpi di scena. Ma la vera punta di diamante sono loro, gli agenti B. Tyler Grady e Zane Z. Garrett — due uomini imponenti al servizio della giustizia. Due uomini agli antipodi per carattere e modi di fare: insolente e sprezzante del pericolo il primo, distaccato e ligio alle regole, fino a rasentare la rigidità, il secondo. 
"Tutto qui?" — domanderete voi? Certo che no! 
Ty e Zane non sarebbero divenuti un'icona del panorama male to male se così fosse. Un intero mondo di segreti, di conflitti interiori si cela dietro il sarcasmo pungente di Ty e dietro la maschera di imperturbabile compostezza di Zane. 
Il loro primo incontro è, in verità, uno scontro tra due personalità dominanti per nulla disposte a cedere terreno: tra di loro nulla è come appare e tutto sarà da scoprire. 

In un crescendo spasmodico di tensione, di ripetuti attentati alle loro vite, di inseguimenti ad alta velocità — Hollywood, fatti più in là! — la relazione burrascosa di Ty e Zane comincia a evolvere e a trasformarsi in un legame intenso, fatto di complicità e comprensione reciproca, per sfociare poi in una passione bruciante che nessuno dei due aveva messo in conto e le cui fiamme sono ormai altissime e impossibili da arginare.

Zane scosse la testa. “Lo senti anche tu?” chiese con voce roca. [...]
Ty lo guardò mentre stava ancora cercando di riprendere fiato, sempre tenendolo a distanza di braccio. “No,” mentì allegramente.
Ben sapendo ciò che voleva dire in realtà, Zane lasciò andare il respiro trattenuto prima di scuotere piano la testa.
“Nemmeno io,” replicò, con voce più decisa di quanto avrebbe voluto.

Ed è con questo scambio, più significativo di quanto si possa credere, che Ty e Zane mettono a nudo le loro emozioni: la necessità costante — che ci accompagnerà a lungo nel loro percorso — di nascondere i sentimenti sempre più forti che li attirano l'uno verso l’altro e di celare al mondo la loro relazione. 
C’è moltissimo in gioco. Il lavoro di una vita, la carriera e, non ultimo, un orientamento sessuale segreto e considerato inconfessabile. Eppure il bisogno, un bisogno crudo che li ha avviluppati nelle sue spire, non si può più ignorare. L’alternativa sarebbe crudele e piuttosto devastante. 
Oh, forse proveranno a tornare alle loro vite — figurarsi se, cocciuti come sono, non cercheranno di negare con ogni fibra della loro essenza il legame che li unisce — ma ormai, forse, è troppo tardi. 

Ty allungò un braccio d’impulso e gli scostò i capelli dalla fronte. Si alzò, si chinò su di lui e vi posò un bacio. “Possiamo ancora prendere armi e bagagli e tagliare la corda,” sussurrò contro la sua pelle calda.
Deglutendo a fatica, Zane rabbrividì, la speranza che si riaccendeva dentro di lui.

Noi, comunque, i bagagli, li abbiamo preparati da tempo — mettiamo il caso che ci chiamino per tagliare insieme la corda — le armi, però, le lasciamo volentieri a loro.
E voi, cosa aspettate a intraprendere questo viaggio entusiasmante?
6/24/2020

Recensione: "In luce fredda" (Serie Rosa dei venti #1) di Micol Mian e Sabrina Romiti

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Titolo: In luce fredda 
Serie: Rosa dei venti #1 
Autrici: Micol Mian & Sabrina Romiti 
Casa Editrice: Triskell Edizioni 
Genere: Contemporaneo 
Pagg.: 300 
Data di uscita: 29 febbraio 2020 
Prezzo: € 4,99 
Link per l'acquisto: Triskell - Amazon

Sinossi 
Quando si trasferisce in Massachusetts per studiare Legge, Carlos ha le idee piuttosto chiare sul proprio futuro: sogna un posto in uno studio legale prestigioso, una moglie elegante, una vita che riscatti la sua infanzia povera trascorsa in Arizona. Non prevede certo di innamorarsi di un ragazzino maschio che gli farà mettere in discussione ogni aspetto della sua vita, né che questo ragazzino conviva con segreti dolorosi che renderanno i dubbi sul proprio orientamento sessuale l’ultimo dei loro problemi.
Per Viv il sesso non è qualcosa di intimo, ma una dimensione anonima che cerca più per punirsi che per farsi del bene. Non ha mai neanche pensato alla possibilità di innamorarsi di qualcuno, o che qualcuno possa innamorarsi di lui, finché l’incontro con Carlos non cambia le carte in tavola costringendolo a scelte molto più spaventose di quelle che si è concesso fino a quel momento. Nella vita non esiste nulla di completamente innocuo, però, e anche i desideri più veri nascondono trappole e insidie: l’amore può ferire più a fondo dell’odio, se credi di non meritarlo, ed è fin troppo facile trasformare quel dolore in arma e puntarla contro chi meno lo meriterebbe.
Sullo sfondo di un processo che porta alla luce ricordi difficili e costringe tutti a una scelta di campo, Viv e Carlos dovranno imparare il modo giusto per aprirsi l’uno all’altro, ed entrambi al mondo. 

Recensione 
Sono passati poco meno di cinque giorni da quando ho finito di leggere "In luce fredda" e, proprio come avevo previsto, sono ancora qui con la testa piena di Carlos e Viv, di Björn e Keith, di Raven e Jude, di Eve e Trish. Preda di un forte senso di perdita. Lo so, non è stata ancora trovata una cura per il post-book blues ma, dopotutto, mi dico — e il mio è un tentativo un po' maldestro di mitigare la nostalgia — il fascino della lettura è, forse, soprattutto questo: conoscere dei personaggi, all'improvviso innamorartene, lasciare che ti si attacchino addosso come una seconda pelle. E infine soffrirne l'assenza, dopo aver detto loro addio, o un semplice arrivederci. È una dolce condanna, insomma. Ed è ciò che mi succede con le storie e le vite create e plasmate da Micol Mian e Sabrina Romiti. "In luce fredda", naturalmente, non fa eccezione.
La scrittura intima e personale — la prosa lirica e a suo modo tagliente — di Micol e Sabrina mostra la forza e il coraggio di creature all'apparenza fragili, che sembrano temere la vulnerabilità.
Come attori di un pezzo teatrale, queste creature mettono in scena la loro confusione e inquietudine interiore, i loro sforzi incessanti di definirsi e di trovare un posto nel mondo. I luoghi del romanzo, infatti, prevalentemente chiusi, diventano un palcoscenico vero e proprio su cui si muovono i personaggi, simili a interpreti di azioni, di scelte e di parole.
Potrebbe essere questa la ragione per cui ho sviluppato con loro un rapporto quasi simbiotico — leggere "In luce fredda" equivale a osservare la rappresentazione di un microcosmo che aiuta a scomporre e ricomporre gli spazi. 

Lo spazio prediletto da Micol e Sabrina è quasi sempre la casa: tra le pagine del romanzo diventa il simbolo di un'interiorità viva la cui trama si intreccia e si completa nell'individuare, interpretare e metabolizzare gli input esterni. Si tratta, a tutti gli effetti, di una specificità delle due autrici. La casa con le sue mura e la sua superficie circoscritta definisce i confini, protegge dallo sguardo del mondo esterno, ripara dalle intemperie, dai rischi e dai pericoli. Anche nel romanzo è, a volte, un luogo sicuro, che sa di intimità ma anche di libertà: in un ambiente che infonde fiducia e sicurezza, i personaggi sono liberi di sondare il loro animo, di tirare una linea netta tra la complessità del loro sentire e il mondo che li circonda, stabilendo un limite invalicabile entro cui essere, finalmente, sé stessi. Del resto, la ricerca della propria identità è un'arte, o un viaggio che richiede tempo, impegno e un punto di approdo che offra riparo. Il punto di partenza, allora, con le sue tappe intermedie, è una città che rimane sullo sfondo, o la città con cui potersi confrontare, come accade in "Folco sotto il letto" (ne abbiamo parlato qui) e in "Dormono gli aironi" — l'interlocutore immaginario di un dialogo tra il dentro (la sintesi unitaria di emozioni, sentimenti, affetti e pensieri che caratterizzano la parte più profonda di un individuo) e il fuori (l'altro da sé). O ancora, può essere la zolla di terreno in cui reimpiantare le proprie sradicate radici, dopo aver attraversato il mare tempestoso della vita. I personaggi di Micol e Sabrina sono, infatti, esseri umani imperfetti che non si ripiegano su loro stessi; si dedicano, piuttosto, a uno scavo interiore capace di stupire e appassionare. Fluttuano tra la ricerca di un territorio ignoto — di un'avventura che rechi con sé la promessa di nuove possibilità — e il bisogno di una bussola o di uno strumento che li aiuti a orientarsi, a mantenere la rotta, a schivare i pericoli, ad affrontare o assecondare i venti che muovono ogni cosa: il corpo ma anche lo spirito (come sembra evocare il nome della serie, Rosa dei venti, appunto). 

Al centro della storia ci sono Carlos e Viv e la nascita del loro amore. Ma c'è anche una riflessione più ampia sulla natura delle relazioni umane, sulla scoperta di se stessi e degli altri quando si intraprendono sentieri mai battuti prima — un punto di partenza che, giorno dopo giorno, apre prospettive nuove, nutre desideri di speranza e di conquista, aiuta a trovare un senso al dolore, alle delusioni e alle sconfitte. Carlos e Viv sperimentano sulla propria pelle la fatica di crescere: maturare, anche emotivamente, non risparmia loro la fatica del confronto. E neanche quella del conflitto.
Ma c'è di più. "In luce fredda" è un invito ad aprirsi: agli altri, alle passioni — di vita, culturali, sociali e romantiche — e a mettere in discussione tutto ciò in cui si è sempre creduto e che, per vari motivi, si è sempre ritenuto graniticamente vero.
Dalle nuove forme di relazione che coinvolgono Carlos, ad esempio, emerge uno scambio di idee, di parole, di credenze, un dare e un ricevere che lo lasciano privo di difese, spingendolo a scoprire a quali e a quante riserve di forza interiore può attingere.
In bilico tra culture e identità diverse, Carlos (che mi ha strappato il cuore ed è diventato uno dei miei personaggi preferiti in assoluto) è un viandante che fugge. Se il suo viaggio fisico — di spostamento cioè da un luogo a un altro — inizia molto tempo prima della sua nascita, il suo fine, vedremo, sarà quello di andare incontro a una trasformazione del concetto di appartenenza, alla fine svincolato da qualsiasi territorio. Carlos ha impresse su di sé le contraddizioni delle sue origini; si sente integrato eppure allo stesso tempo escluso, perché le sue radici affondano nel presente ma anche altrove. Se da una parte, però, vuole scrollarsi di dosso il peso di una rassegnazione fatalistica e secolare, dall'altra ha paura di perdere sia la buona immagine di sé, sia la possibilità di sentirsi riconosciuto.
Entrare in contatto con un universo di idee, di valori, bisogni e desideri totalmente opposto al suo, lo spaventa — almeno in un primo momento — ma alla lunga produce quel cambiamento che non sa di desiderare: non può eludere il conflitto, interiore o interpersonale, e neanche il sentimento di separazione e di colpa che vi è connaturato, consapevole che il richiamo verso l'autenticità è più forte di tutto. 
Scontrarsi con Vivian diventa, allora, motivo di sopravvivenza.
Viv, sempre incerto sul domani, e impegnato a difendere con le unghie e con i denti il senso di indefinito che lo accompagna — e che lo anima e lo rende distante e irraggiungibile — è terrorizzato dall'idea di ammettere che "l'inferno sono gli altri". Passa il tempo a cancellare e a cancellarsi, a diventare ogni volta qualcosa di diverso pur rimanendo sempre uguale a se stesso: un ragazzo che ha paura di amare. Perché l'amore può ferire, e aprire voragini di solitudine ancora più grandi e opprimenti delle assenze che le hanno provocate. Perché "ogni storia d'amore è una storia di fantasmi", che contaminano tutto quello che di buono la vita ha da offrire.
Ma in mezzo a deviazioni improvvise e scelte da portare a termine, o che si infrangono contro l'instabilità del reale, il sentimento che nasce tra lui e Carlos lo riporta alla vita e fa pulsare le sue vene. Lo spinge a rompere gli equilibri, a uscire da un disagio sicuramente collaudato — e quindi all'apparenza più vivibile e controllabile — per andare incontro a un nuovo stato di frustrazione, che non è più silenzio e immobilità ma il preludio di un cambiamento sofferto eppure indispensabile — un mutamento di rotta verso un tempo più sano, migliore. 

E così Micol e Sabrina, con una tenerezza e una sensibilità fuori dal comune, offrono una riflessione sui cambiamenti che interessano la mente e il cuore. Ma soprattutto sul concetto di famiglia e di quello che significa sentirsi a casa. I loro personaggi suggeriscono l'idea che non sempre ci si sente a proprio agio nel luogo in cui si è nati e cresciuti, e che da quel luogo è impossibile separarsi defnitivamente, giacché racchiude una parte della propria identità, delle prime esperienze e dei primi affetti. È vero, si può trascorrere una vita intera alla ricerca di un posto a cui appartenere — e che ci riveli a noi e di conseguenza al mondo — ma, il più delle volte, separarsi dal luogo di origine diventa una nuova metafora del vivere: significa partire per terre ignote, intraprendere un viaggio che, segnato dalla discontinuità e dalla imprevedibilità della vita, può farci scoprire chi siamo. Lungo questo viaggio, infatti, incontreremo persone e volti nuovi, che ci accoglieranno, ci includeranno nel loro mondo e ci aiuteranno a ridurre le difese, a metterci a nudo, a spogliarci delle nostre credenze limitanti, dei nostri schemi e dei nostri rigidi pregiudizi. E scopriremo che, proprio con queste persone tanto differenti da noi, abbiamo nel frattempo creato uno spazio in cui abitare. Forse, per la prima volta, la nostra mappa non indicherà più soltanto un territorio ma anche e soprattutto un legame, un'idea di famiglia lontana dal senso tradizionale del termine eppure depositaria di calore, di benessere, di sicurezza e intimità. Perché sono le relazioni che creano il vincolo affettivo. E allora, solo allora, finalmente, ci sentiremo a casa.
Questo, in poche parole, è ciò che accade a Carlos e Viv, accompagnati da Raven, Jude, Eve e da tutti gli altri personaggi — incredibilmente vividi e coinvolgenti — che danno vita a "In luce fredda". Uno strato di storie, il loro, che richiama aspirazioni diverse, in un'altalena di perdite e compromessi, di tristezza e speranza, di consapevolezze e desideri più o meno inascoltati. Con battute brevi e incisive, Micol e Sabrina ci permettono di conoscere le sfumature della loro personalità, lasciandoci comunque con l'urgenza di saperne di più.
E se le due autrici sono abili nel trattare temi legati all'orientamento sessuale, all'identità, all'espressione di sé e alla complessità dell'essere umano, sono anche bravissime a mostrare come scelte significative e differenti prospettive possono influenzare profondamente altre prospettive: per definire loro stessi, Carlos e Viv devono entrare in relazione con gli altri. In una serie di istantanee la cui forza lirica stimola l'immedesimazione. 

La storia di "In luce fredda" e, forse, dell'intera Rosa dei venti è uno scatto fotografico che mette a nudo il soggetto ritratto, offre uno sguardo diverso della realtà e svela alcune verità nascoste: accettare l'altro per come è e per come si offre è un esercizio che può durare anche tutta la vita. Compierlo diventa più facile se non ci si dimentica che le esperienze vissute possono differenziarci, sì, ma finiscono anche con l'avvicinarci. Cambiano le modalità di crescita, le scelte maturate e il bagaglio di conoscenze accumulate nel tempo, ma non il sentire. Il sentire è comune e ci accomuna. E forse, anche per questo, non si è mai del tutto incompresi, né davvero soli: 

«Non voglio che tu mi prometta di non fare cazzate,» ribatté lui.
«Solo che cercherai di avvertirmi prima. Così potrò provare ad arginare il danno.»
«E se non dovessi riuscirci?»
Non specificò se il soggetto fosse Carlos o se stesso, forse non aveva importanza. Il rischio di fallire era reale per entrambi; probabilmente scontato, a essere precisi. Non si disimparano le abitudini di una vita in una notte, o in qualche settimana.
Si può cominciare a farlo, però.
A volerlo.
Nel loro caso, concedersi il desiderio era già un primo passo. Gli altri sarebbero venuti dopo.
«Se non dovessi riuscirci, ricominceremo da capo.»
«Insieme?»
«Insieme,» ripeté Carlos. «E da soli. Ciascuno per conto proprio, e accanto agli altri. Perché gli altri ci sono, Viv. E vogliono aiutarci.» [...]
«Non è facile,» disse, in un sospiro.
Anche senza guardarlo, Carlos sapeva che aveva gli occhi ancora chiusi.
«Non deve esserlo,» rispose. Voltando la testa gli baciò le palpebre; un tocco leggerissimo. «Le cose vere non lo sono spesso, credo. Ma va bene comunque. D’accordo?»
Viv annuì contro la sua guancia. Poi le sue braccia gli si allacciarono al collo, lo attirarono al petto in una stretta fortissima.
«D’accordo.»
6/22/2020

Recensione: "Gli omicidi dei Monuments Men" (Serie L'arte del delitto #4) di Josh Lanyon

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Titolo: Gli omicidi dei Monuments Men
Titolo originale: The Monuments Men Murders
Serie: L'arte del delitto #4
Autore: Josh Lanyon 
Trad.:Raffaella Arnaldi
Editore: Triskell Edizioni 
Genere: Mystery 
Pagg.: 196
Prezzo ebook: € 3,99 
Prezzo cartaceo: € 12,00
Data di uscita: 26 maggio 2020
Link per l'acquisto: Triskell - Amazon - Kobo 

Sinossi 
Pur avendo puntata addosso l’attenzione di un pericoloso stalker, l’agente speciale Jason West sta facendo del suo meglio per concentrarsi sul lavoro e ignorare i problemi personali.
Il suo caso più recente implica però il coinvolgimento di un membro dei Monuments Men nel furto e, forse, nella distruzione di un dipinto perduto di Vermeer che fa parte del patrimonio culturale mondiale. Il capitano di corvetta della Naval Reserve Emerson Harley, oltre a essere stato un eroe della Seconda guerra mondiale, era il nonno di Jason, il suo idolo d’infanzia. Anzi, ha giocato un ruolo importante ispirandolo a entrare nella squadra Crimini artistici dell’FBI.
Per Jason, venire a sapere che il leggendario nonno potrebbe aver chiuso un occhio sul fatto che i soldati americani, alla fine della guerra, abbiano “affrancato” opere d’arte inestimabili non è solo spiacevole. È devastante.
Jason è deciso a riscattare il nome del nonno, anche se questo significa infrangere lui stesso un po’ di regole e disposizioni, mettendosi in rotta di collisione con il suo partner nella vita, il capo dell’Unità analisi comportamentale Sam Kennedy.
Nel frattempo, qualcuno nell’ombra temporeggia... 

Recensione 
I libri di Josh Lanyon possiedono tutto quello che ho sempre desiderato trovare in un gay romance di genere mystery. Anzitutto, da un punto di vista stilistico mi ricordano la noir fiction classica americana del XX secolo (di cui, per inciso, amo tutto — ambizioni e frustrazioni, vizi e virtù). In secondo luogo, sono come le montagne russe il cui ritmo è in perfetto accordo con le emozioni dei personaggi che li animano. Sono libri caratterizzati da una buona dose di tensione, pathos, sarcasmo e ironia che non mi dà respiro ed è il frutto di una generosa passione e di una grande padronanza delle tecniche narrative.
Anche la serie L'arte del delitto — e mi sembra quasi di sottolineare l'ovvio — rientra in questa breve descrizione. 
Costruiti attorno alle indagini investigative condotte dall'agente speciale Jason West nel mondo di opere d'arte dal valore inestimabile, i quattro volumi che la compongono — sono in attesa spasmodica del quinto, non lo nascondo — somigliano a una grande tela, raffigurante ritratti delineati con cura e partecipazione. 
"Gli omicidi dei Monuments Men", nello specifico, è la storia di un crimine che si interseca con fatti realmente accaduti. Così, se da una parte alcuni passaggi del libro si ricollegano ai volumi precedenti, dall'altra la trama svela una serie di eventi messa in moto tra il 1943 e il 1951 in Europa. Il risultato è una combinazione riuscitissima di emozioni e scoperte, un inquietante e complicato incrocio tra arte e morte che conduce a un finale teso e, al tempo stesso, più che soddisfacente.
Anche solo per questo motivo, quindi, credo di poter affermare che Josh Lanyon ha una capacità narrativa arguta, ricca di musicalità e di sfumature di grande valore. Ne "Gli omicidi dei Monuments Men" porta avanti il racconto al ritmo di un malinconico blues, sporcato da un groove ossessivo e intimo — ed è questo uno degli aspetti del libro che amo di più. Ma c'è anche dell'altro. Le parole sprigionano una sonorità calda e sensuale; l'atmosfera è tormentosa e come il fumo di una sigaretta, che lentamente brucia e si consuma, si attorciglia intorno ai momenti difficili che sta attraversando Jason West. L'indagine che gli è stata affidata, infatti, è in netto contrasto con alcuni principi in cui fermamente crede e può avere implicazioni che vanno al di là della sua dimensione individuale, minacciando di cambiare per sempre il suo destino. Malgrado ciò, West sceglie la strada più difficile, consapevole di dover attraversarla sino in fondo e, con un certo grado di probabilità, anche in solitaria, incapace nel frattempo di resistere alla tentazione di colmare i suoi vuoti di stomaco e di anima con una bottiglia di whisky piuttosto che con un bell'esame di realtà.
Ma del resto, come mai prima d'ora, Jason sente che le sue certezze — la sua fede e tutto quello che ha costruito in anni di duro lavoro con impegno e passione — stanno sfuggendo al suo controllo, mettendo in discussione ogni cosa, persino la sua identità.
E dunque Jason, nel quarto capitolo della serie, è un calderone che ribolle di paura, di risentimento, di brama e disperazione. È inoltre costretto ad affrontare stress e pressioni esterne, indipendenti dalla sua volontà, mentre cerca una via d'uscita in e da una situazione decisamente confusa e incerta.
Anche la sua vita privata sembra essere un tentativo solo parzialmente riuscito di dare un ordine al disordine. Perché, per quanto Jason West ami il capo dell’Unità di Analisi Comportamentale dell'FBI Sam Kennedy — di cui si possono apprezzare le doti di intelletto e la sporadica presenza anche nel bellissimo romanzo stand-alone "Omicidio d'inverno" (qui) — la loro relazione a distanza e il carattere ostico del compagno lo mettono a dura prova.
Ora, che Sam Kennedy non sia un classico esempio di virtù e non susciti immediate simpatie corrisponde più o meno al vero. Cinico, duro, quasi brutale, poco incline alla collaborazione con i suoi colleghi e sottoposti fino al limite della reticenza, è dedito totalmente alla ricerca della verità, qualunque essa sia, e qualunque sia il prezzo da pagare. Innamorarsi di Jason corrisponde, nell'ordine delle sue priorità, a quella inesistente. O quanto meno è l'ultima cosa che si sarebbe aspettato di vivere e di sentire dopo aver peregrinato a lungo in solitudine, obbedendo soltanto alla propria volontà, al proprio senso del dovere e a una dirittura morale priva di compromessi.
Eppure i due, assieme, fanno scintille. E Josh Lanyon è fantastica — davvero fantastica — nel chiedere a entrambi di provare la responsabilità del loro amore. Perché, in questo libro, entrambi dovranno lottare per quello in cui credono, imparando a far fronte alle drammatiche conseguenze delle loro decisioni. Entrambi riconosceranno le reciproche debolezze, accogliendole insieme ai punti di forza. Entrambi accetteranno che non si finisce mai di scoprire l'altro e che con l'aggiunta del dubbio può emergere una nuova presa di coscienza: la consapevolezza di non essere infallibili pur rimanendo, sempre e comunque, un nucleo sicuro, un centro di stabilità reciproca che dà fiducia, complicità e intimità.
E allora anche il dialogo — che per Jason e Sam fa da scudo contro i loro sentimenti — da irriverente e abrasivo si trasforma in sincero e onesto.
Le scene erotiche sono poi descritte con un'economia di parole che rende il sesso crudamente romantico e, appunto per questo, ancora più libero e potente. E insomma il legame tra Jason e Sam è davvero naturale e autentico nella sua incertezza e, nel modo più assoluto, appassionato e toccante.

In questa cornice di asciutto e disincantato realismo, Josh Lanyon non perde mai di vista la profondità emozionale di tutti i suoi personaggi, principali e secondari. E allora "Gli omicidi dei Monuments Men", tradotto da Raffaella Arnaldi e edito da Triskell Edizioni, finisce per essere un intrigante viaggio dentro le ragioni dell'agire umano, guidato spesso e volentieri dall'ossessione, dall'inganno, dalla bramosia di potere, dall'avidità e dal mito del profitto a ogni costo. Intrappolati nelle loro fragilità, questi personaggi vivono in un tempo sospeso dove vige la legge della giungla. La loro è una vita di cacciatori e prede per cui chi è più forte, più spregiudicato e più feroce sembra anche il più astuto e l'unico in grado di vincere e di prevalere sugli altri.
Per quanto appaia manichea questa distinzione tra buoni e cattivi, in verità il libro è ricco di chiaroscuri: Josh Lanyon costruisce ancora una volta un mondo possibile, "una menzogna che ci avvicina alla verità", giacché mette a nudo la complessità del sentire umano con i suoi molteplici dilemmi consci e inconsci. Attirandoci con uno stile elegante, una trama avvincente, un'ironia sfacciata e una storia d'amore davvero — davvero — indimenticabile.
6/22/2020

Recensione: "Zanne e Ali" (Serie Le Cinque Dita #1) di S.M. May

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Titolo: Zanne e Ali
SerieLe Cinque Dita #1
Autrice: S.M. May
EditoreSelf-published
Genere: Fantasy
Pagg.320
Prezzo ebook: € 2,99 
Prezzo cartaceo: € 10,00
Data di uscita: 10 giugno 2020 
Link per l'acquisto: clicca qui - Disponibile anche in KU

Sinossi 
E strinse il pugno così forte
che tutte le sue dita iniziarono 
a sanguinare
Ma erano cinque 
ed erano fuoco
e più nessuno osò alzare
lo sguardo

Dopo l’ennesima sconfitta, Julius de Margoulis, signore spodestato delle genti albine del nord, si è nascosto tra le montagne per rigenerarsi e pianificare la propria vendetta. 

Per secoli ha vissuto, regnato e combattuto da solo al comando, prendendo possesso, come servitore o nutrimento, di chiunque si fosse imbattuto sulla sua strada. 
Adesso però le risorse si sono esaurite ed è giunto il tempo di accettare che gli sono rimaste come alleate unicamente l’astuzia e una visione disperata che, forse, gli hanno inviato gli dei. Julius ha dunque deciso: le sue truppe saranno composte soltanto da cinque creature di razze diverse e come un pugno possente si abbatteranno sul nemico. Cinque come le sue dita, cinque guerrieri addestrati da lui stesso e dotati della magia più sorprendente. 
Ma da considerare – sempre e in ogni caso – meri strumenti di guerra, da usare e sacrificare senza rimorso, e da tenere sempre a debita distanza, così che nessuno di loro possa mai spingersi tanto vicino da ghermirgli l’anima.

Ardamon: una terra che esiste da qualche parte, un luogo di scontro di Vampiri crudeli, lupi mercenari pronti a tradire, mutaforma orgogliosi e ingenui, gazze ladre in cerca di vendetta, donne-sigillo non esenti da complicazioni e stregoni abili ma refrattari al gioco di squadra. 

Lettura consigliata a un pubblico adulto. Possibili scene di violenza e di consenso dubbio.
Con illustrazioni interne. 

Recensione 
Una tenda fatta di lenzuola e coperte, una torcia a illuminare il nostro mondo magico, le pagine di un libro sfogliate da piccole mani curiose, il cuore che batte a mille e la sensazione di far parte di un viaggio fantastico, di percepirne gli odori e i sapori, di essere parte di quella Compagnia. Così ricordiamo con emozione e nostalgia le serate a leggere — anche furtivamente, viste le ore piccole — il mondo incredibile creato da J. R. R. Tolkien. Colui che ci ha introdotto, ammaliandoci, allo straordinario universo del fantasy!
Con "Zanne e Ali", primo volume della trilogia Le Cinque Dita, i ricordi sono riaffiorati prepotenti, accompagnandoci per tutta la lettura di questo nuovo avvincente racconto. 
S.M. May ha creato un mondo ben delineato, popolato da mostri e creature magiche: ventuno Razze che coesistono in una società dove il più forte e potente la fa da padrone. Le dinamiche sono crude, prive di fronzoli o sdolcinatezze. In gioco c’è la sopravvivenza stessa. Non si può abbassare la guardia per nessuna ragione: è alto il rischio di soccombere di fronte a un nemico più tenace e duro, o più astuto.
I legami che si creano tra i personaggi sono subordinati a una esigenza da soddisfare, o a mera convenienza, piuttosto che ad affetti consolidati. 

In questo primo volume conosciamo Julius de Margoulis, possente Vampiro Albino centenario conosciuto tra gli Alati come il re pazzo, un re ormai senza regno. Negli ultimi cinque anni è rimasto celato al mondo, nascosto in una grotta tra le montagne per riprendersi dalla catastrofica sconfitta, che lo ha colpito duramente e ha raso al suolo il suo esercito. Gli dei però, dopo tanto tempo, gli hanno finalmente inviato una visione chiara: il suo pugno schiuso, la mano aperta. Cinque dita, cinque differenti guerrieri per guidare le sue nuove truppe per riconquistare Ardamon. Ha ancora con sé la fida compagna di battaglie Ragusan, un’arma implacabile che non lo ha mai abbandonato, che è ancora al suo fianco ora che è pronto a uscire dall’ombra. Un segno inequivocabile è sceso dal cielo: un giovane sparviero, colui che rappresenta il suo primo dito. 
Il giovane, esuberante e ingenuo Tubiec si renderà subito conto che il mondo basso è peggiore di quanto riportato in qualsiasi racconto. Imparerà a caro prezzo, sulla propria pelle, quanto possa essere insidioso. Come se non bastasse, l’unica creatura in grado di tenerlo in vita è al contempo salvatore e carnefice. 

Fin dall’inizio abbiamo percepito tra il vampiro e il pulcino — uno sparviero che ha visto poco più di venti primavere cos'altro potrebbe essere per una creatura antica come Julius? — una sorta di elettricità. Abbiamo sperato che i due stabilissero una connessione — anche un piccolo cenno d'affetto — ma, come accade in ogni classico dark fantasy che si rispetti, la storyline romance è solo una parte infinitesimale dell'intreccio narrativo, nient'altro che un abbozzo, uno scorcio di ciò che potrebbe essere... ma non è detto che sia. Gli stessi personaggi non ne palesano il bisogno; e del resto non è contemplato dalla loro realtà. Il coraggio, la forza di volontà, l’audacia, l’astuzia sono i valori essenziali a cui si affidano, non certo la bontà d’animo o la compassione — sebbene in alcuni, brevi momenti ne colgano la valenza e il potere, sentendosi tuttavia quasi traditi dai loro stessi sentimenti.
Il viaggio di questi guerrieri è soltanto all’inizio. 
Il secondo dito, Kendra, la bellissima nera gazza ladra, è già stata reclutata e abbiamo appena conosciuto il terzo. 

La scrittura di S.M. May è lineare e scorre piacevolmente, trasportandoci nella creazione narrativa della sua realtà. Con parole dal sapore antico, perfette per contestualizzare l’intera vicenda ed esaltare le caratteristiche di ogni personaggio, il lettore si trova indiscutibilmente immerso in una storia senza tempo, dove l’immaginazione corre a briglia sciolta. 

Siamo rimaste così coinvolte dal racconto che, quando abbiamo finito di leggere, abbiamo continuato a sfogliare invano le pagine del nostro kindle in cerca del capitolo successivo. Quanta frustrazione! Tutto è da definire: ogni porta è rimasta aperta e di nuove ne sono state spalancate, lasciandoci quasi con un palmo di naso. Possiamo solo sperare che l’autrice abbia pietà di noi e pubblichi quanto prima il secondo capitolo. 

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