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Recensione: "Hoarfrost" (Serie Whyborne & Griffin #6) di Jordan L Hawk

Titolo: Hoarfrost
Titolo originale: Hoarfrost
Serie: Whyborne & Griffin #6
Autrice: Jordan L. Hawk 
Trad.: Mariangela Noto
Editore: Triskell Edizioni 
Genere: Horror/Fantasy, Storico, Investigativo
Pagg.: 280 
Prezzo: € 4,99
Data di uscita: 20 gennaio 2020
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Sinossi 

Lo stregone Percival Endicott Whyborne e suo marito Griffin Flaherty godono di un periodo di pace e tranquillità senza precedenti. Sfortunatamente, la calma è stravolta dall’arrivo di un pacco da parte di Jack, il fratello di Griffin, che ha dissotterrato uno strano oggetto mentre scavava in cerca d’oro in Alaska. La scoperta di una civiltà sino ad allora sconosciuta potrebbe ravvivare la carriera della loro comune amica, la dottoressa Christine Putnam… o potrebbe ucciderli tutti, se gli indizi di magia nera che riguardano l’artefatto si riveleranno veri.

Insieme a Christine e al suo fidanzato Iskander, Whyborne e Griffin viaggeranno verso i più lontani anfratti dell’Artico per impedire a un’antica minaccia di reclamare la vita del fratello di Griffin. Ma nel duro campo di minatori di Hoarfrost, i segreti corrono rapidi come una tempesta di neve e Whyborne non è l’unico stregone attratto dalle voci di presenze magiche. Nella natura selvaggia fatta di ghiaccio e pietra, Griffin deve affrontare la sua più grande paura… o perdere tutti coloro che ama. 

Recensione 

Questa recensione contiene anticipazioni sulla trama

Ormai amo così tanto Whyborne & Griffin che, quando viene annunciata la pubblicazione di un nuovo volume della serie, mi sento così felice da esultare e urlare “sì!” ovunque io sia. Non sto scherzando, l'ho fatto davvero! Pensate un po' quando poi ho ricevuto il file. Felice come una bimba il giorno di Natale. Inoltre, c'è da considerare che amo Griffin profondamente e dalla trama avevo immaginato che fosse lui al centro della storia — e in effetti è un po' così e non ringrazierò mai abbastanza Jordan L. Hawk per aver aggiunto il suo POV. 

Avevamo lasciato Ival e Griffin su una spiaggia a scambiarsi i voti nuziali, dopo la scoperta da parte di Whyborne di avere sangue ketoi e parenti anche loro stregoni. Da allora è trascorso un anno. "Hoarfrost" ruota un po' intorno alla vita stessa di Griffin, al suo passato che si amalgama col suo presente, a ciò che ha subito e a quanto ha sofferto. Premetto che il dolore e la sofferenza possono benissimo essere visti come protagonisti di questo libro. Griffin, in particolare, ha sofferto così tanto da essere vulnerabile in modo rischioso.
Purtroppo, anche se il suo passato è particolarmente travagliato, il dolore a quanto pare non lo abbandona e tantomeno le delusioni. Il suo Pa’ è morto e sua madre non ha voluto che andasse al funerale. Ciò causa un profondo tormento nel nostro investigatore preferito. Il padre non ha mai accettato il suo amore per Ival, eppure Griffin ha sempre sperato nel suo perdono. Perdono che non potrà mai arrivare.

Per due anni, avevo pensato che avrebbe potuto cambiare idea. Creduto, in qualche recesso profondo che non avevo mai considerato, che sarebbe successo. Che avrebbe capito che amavo Whyborne e accettato che la nostra relazione non fosse un peccato, una perversa gratificazione della carne. Era troppo tardi. Non mi aveva mai perdonato. E non avrebbe più potuto farlo.

Non solo. Ciò che ancora terrorizza Griffin è l’aver rischiato di perdere il suo Ival, quella notte al museo in “Stirpe” (ne abbiamo parlato qui), e inutile nasconderlo, il pericolo di perderlo è sempre presente. 

«E se fossi morto?» La mia voce si incrinò nel pronunciare le parole. «Se Fanton non fosse tornato a prendere me e Christine, o se lei non fosse stata presente, tu saresti deceduto. E io non avrei potuto evitarlo.»
«Tesoro mio.» Mi strinse a sé, passandomi una gamba sulla coscia e avvolgendomi tre le sue braccia. «Non sapevo che ti facesse così male.»
Mi aggrappai a lui e nascosi il viso contro il suo collo. 

I sensi di colpa lo attanagliano. Non ha potuto aiutarlo quella notte al museo perché lui era ferito. E ora… 

«Ti sto di nuovo trascinando verso il pericolo, e se dovesse succederti qualcosa…» 

Il dolore di Griffin è una presenza costante, e fa male — davvero male — viverlo durante la lettura. In ogni suo momento di sconforto, dopo ogni suo incubo o crisi, avrei voluto prendere il posto di Whyborne e stringerlo a me. O meglio ancora, abbracciare entrambi, stringerli a me. Se solo si potesse!
Almeno, una cosa positiva c'è in tutto questo fardello familiare: Griffin ha ritrovato suo fratello maggiore, Jack, con cui scambia una frequente corrispondenza epistolare. Nelle sue lettere gli ha raccontato del caro amico Whyborne, un filologo, e anche di Christine, una bravissima archeologa. E quando Jack, un ricercatore di oro adesso stanziato nell’Artico, scopre un oggetto che potrebbe essere di metallo prezioso, o forse qualcosa di più speciale, chiede consiglio a loro. Ecco, però, che Whyborne nota sull'oggetto incriminato delle scritte particolari, già viste in passato, e — come potrebbe essere diversamente? — ciò non presagisce nulla di buono. Non solo, lui e Christine scoprono che quell'oggetto potrebbe appartenere a una civiltà antica, sconosciuta e in grado di riscrivere l'intera storia della popolazione della terra... E allora, se il fratello appena ritrovato di Griffin è in pericolo, è logico che debbano andare ad aiutarlo. 
«Grazie,» disse a bassa voce.
«Per cosa?» domandai.
Si allontanò dal muro quando mi avvicinai. Inclinò la testa all’indietro per guardarmi in faccia. «Per accompagnarci nell’Artico. Lo so che odi viaggiare, e penso che la vita sarà ancora più dura che in Egitto.» […]
«E tu sei mio marito. Dove vai tu, vengo anche io.» 

Ma mi domando: un po' di tranquillità no, vero? Ora Griffin e Whyborne sono mariti, Christine e Iskander sono ufficialmente fidanzati, vogliono sposarsi. Sembra che tutto stia filando liscio. Ingenui.
Certo, Whyborne odia viaggiare, lo sappiamo bene, ma a sua discolpa va detto che ogni viaggio che è costretto a fare porta con sé sempre qualche guaio. Vogliamo, forse, biasimarlo? E infatti non solo il viaggio è lungo e particolarmente stressante — senza contare le camere condivise con uomini di certo non raffinatissimi, la scomodità dei lettini, l’impossibilita di avere un minimo di privacy e l'aggressione da parte di uno sconosciuto ‒ ma ci mette del proprio anche Jack, così simile al fratello Griffin, con cui condivide lo stesso sorriso impertinente, i capelli biondi e riccioluti e le lentiggini, conservando comunque una patina di ambiguità. 
Fa un’ottima impressione, davvero, ma andando avanti con la lettura non sapevo come identificarlo. È buono? Cattivo? È lui il nemico? Ne ricavavo impressioni contrastanti. Eppure, la sua gioia nel rivedere il fratellino non mi ha dato dubbi: era reale. Pone strane domande su Whyborne e a volte sembra voler insinuare dei dubbi in Griffin; altre invece, la sua sembra pura e semplice curiosità e non un tentativo di creare dissapori. O magari, vuole soltanto scoprire qualcosa in più sul loro rapporto per conoscere meglio suo fratello? Tiene davvero a Griffin, su questo non ho mai avuto dubbi durante la lettura. Non sapevo cosa pensare, proprio come il nostro Whyborne. 

Ebbi la stranissima sensazione che Jack mi guardasse al di sopra delle spalle di Griffin, e che il suo sguardo mi affondasse nella schiena fino a quando il lembo della tenda non calò tra noi. 

Griffin e Jack si incontrano per la prima volta proprio grazie a questa scoperta ed è più che giusto che vogliano trascorrere del tempo insieme, anche da soli, per chiacchierare e recuperare tutto il tempo perduto. Dal canto suo, però, Whyborne si trova nuovamente a doversi fingere un semplice amico. Griffin ha già perso i genitori a causa del loro amore, perdere il fratello appena ritrovato per lo stesso motivo non è ciò di cui ha bisogno, e Percy non vuole certo causargli altro dolore. Ciononostante, non può evitare di infastidirsi. Forse, allora, le sue sensazioni negative sono dettate dal rancore? Inoltre, Griffin e Whyborne sono così diversi, tutti possono notarlo, anche Jack, e alcune domande possono sembrare legittime. Come è potuta nascere la loro amicizia, cos’hanno in comune? 
Credo che questo sia il volume in cui proprio le loro differenze risaltano. Griffin adora le avventure, Whyborne assolutamente no. Questi è, a tutti gli effetti, un topo da biblioteca — l'attività fisica gli è praticamente sconosciuta... — Griffin, e non solo lui tra tutti gli inviati alla spedizione, no. È forte, abituato al lavoro manuale, alle intemperie. L'unica cosa che non li differenzia è l'amore, la devozione e la lealtà che provano l'uno per l'altro.
Griffin, però, non nasconde solo la vera sua natura a Jack. C’è qualcosa di strano in lui ma non intende rivelarlo a suo marito. Sente delle voci. Qualcuno lo chiama, gli parla, da lontano, anche se non riesce a cogliere e capire il messaggio dell'entità che sta controllando la sua. Allora, forse, i medici avevano ragione: è davvero pazzo. O sta impazzendo ora. Lui non è come Ival, non è uno stregone, non ha sangue magico, è normale. Eppure, qualcosa gli sta accadendo. 

E se i medici del manicomio non avessero avuto tutti i torti? Se ci fossero i semi della follia dentro di me? 

Povero Griffin! Soffre così tanto e vuole tenere Whyborne all’oscuro di tutto, perché ‒ quanti di noi lo pensano davvero? ‒ a volte non dire le cose ad alta voce aiuta a credere che siano solo finzioni. Inoltre, non poter avere il conforto di Ival, anche solo un abbraccio, non lo aiuta di certo a sentirsi meglio. Jack, però, non può scoprire il vero legame che li unisce, nessuno può, di conseguenza non possono ritagliarsi del tempo insieme, perché davanti agli altri sono solo amici. Va bene condividere due chiacchiere e un po' di alcool, ma non più di quello. Nessuna carezza, nessuno sguardo dolce e comprensivo, né un sorriso tenero. Soltanto finzione. E non è semplice, soprattutto quando poi la tua vita sembra essere arrivata al termine. Perché ciò che hanno scoperto sottoterra è qualcosa di veramente pericoloso, molto più pericoloso di qualunque altra cosa: le ombre. Sarà perché ho letto con tanta frenesia, non soffermandomi quindi su tutti gli elementi della trama, ma devo ammettere che, all’inizio, alcuni aspetti li ho trovati un po' complicati. Le ombre sono tutto ciò contro cui hanno combattuto in precedenza. Sono mostri, sì, della stesse specie di quello che ha ucciso il povero Glenn, lo stesso che hanno combattuto in Egitto. Sì, sono proprio loro e Griffin è costretto a rivederli, riviverli, e non solo. È proprio la Madre delle Ombre a connettersi con lui, proprio come l’Abitatore degli abissi con Whyborne. Ma se l'Abitatore si collega a Whyborne per il suo sangue ketoi, la Madre delle Ombre si collega a Griffin perché hanno già avuto un contatto in precedenza, prima a Chicago e poi in Egitto. Ma, ancora, non solo per questo. Hanno provato e ancora provano un dolore molto simile: la perdita. La Madre sta soffrendo perché la sua specie è in pericolo e ora, a causa di questa spedizione, qualcuno ha preso sua figlia. Così come Griffin ha perso i suoi genitori, i suoi fratelli, ha perso Glenn... ha sofferto così tanto. Chi meglio di lui puoi capirla?
Per quanto ciò possa terrorizzare Griffin e mettere la sua vita in pericolo, proprio lui non riesce a non provare pena per il mostro. Forse, aiutarlo non è poi così sbagliato. In fondo, che colpa ne ha lei? La sua specie viveva senza disturbare nessuno prima che gli umani disturbassero lei. Il suo “forse” si trasforma in “assolutamente sì”, quando capisce che collegare la sua mente all’ombra è l'unico modo per salvare Whyborne. Perché, sì, non poteva mica essere sufficiente far soffrire Griffin per la connessione con la Madre delle Ombre, no! Bisognava aggiungere una sorta di rapimento nelle fauci della terra, al di sotto del ghiaccio, lì dove Whyborne, poi, rimane bloccato perché i sigilli magici che vi sono non gli permettono di uscire. Ed ecco, allora, l'unico modo per salvarlo è che Griffin lo raggiunga, vivendo i suoi incubi peggiori. Ma come, se lui non è uno stregone? 

Ma mio marito era in pericolo. Dovevo andarlo a prendere. Anche a costo della mia sanità mentale. 

A differenza dei precedenti volumi, in "Hoarfrost" è Griffin che deve “combattere” contro dei mostri, è Griffin a dover fare lo sforzo più grande, e di certo Whyborne farà di tutto per tenerlo in vita. Ma la cosa sorprendente è che alla fine in pericolo ci finiscono davvero tutti... la morte è lì, a un passo da loro, li sta soltanto attendendo. 

Pur essendo il sesto capitolo della serie, Whyborne & Griffin non mi deludono mai. Sarà la penna di Jordan L. Hawk, che ha la capacità di creare mondi fantastici e immergere in essi i sentimenti più svariati, che vanno dall'amore al dolore e alla disperazione, passando per il desiderio, il bisogno, l'odio, il rancore, senza mai dimenticare il rimorso, le insicurezze e i sensi di colpa dati dall’amore profondo che avvolge i due protagonisti. Possiamo toccare con mano, vivere in prima persona il terrore e la sofferenza di Griffin, la paura di morire di Whyborne e Christine e quella di perdere i loro compagni. Così come possiamo sentire dentro di noi, nel nostro cuore e nel nostro petto, il terrore di Griffin e Iskander di dover piangere la morte, rispettivamente, del marito e della futura sposa. Tutti loro sono pronti a fare qualsiasi cosa, anche rischiare la loro stessa vita, per salvare la persona che amano. E, se necessario, morire insieme a lei. 

«Capisci, vero, che se decidi di non distruggere i sigilli, io resto qui con te?»
La paura passò nei suoi occhi scuri. «Non puoi essere serio.»
«Ti garantisco che lo sono.» Presi la sua mano sinistra nella mia e i nostri anelli luccicarono. «Ho promesso di starti accanto per tutto il tempo che saremmo vissuti. Non ti tradirò adesso, Ival. Anche se significa morire qui accanto a te nell’oscurità. 

"Hoarfrost" non parla soltanto di mostri e di stregoneria, dell’amore, del dolore e della paura che provano Whyborne e Griffin, né del pericolo in cui vivono. "Hoarfrost" non è un semplice fantasy. No, questo libro ci fa capire che c’è una specie, tra tutti gli esseri viventi che popolano la terra, che è la più pericolosa di tutte: l’essere umano, guidato dall’invidia, dal desiderio di potere e ricchezza, e anche dall’odio. Le ombre erano nascoste nelle profondità della terra, tranquille, ma sono state disturbate dall’uomo. Proprio come accade nella realtà. 
Toccando più da vicino i due protagonisti della serie, nonostante sia un fantasy ambientato in un'epoca storica in cui l'omosessualità era ancora considerata una malattia, Ival e Griffin, pur essendo ormai al sesto volume e a tre anni dall'inizio della loro relazione, sono una coppia mai noiosa o sdolcinata, e non perché non possono scambiarsi effusioni in pubblico o perché sono costantemente in pericolo per un motivo o per un altro, ma perché la loro relazione è realistica. Non è perfetta e loro stessi non lo sono. Si potrebbe dire che, dopo tutto ciò che è accaduto in precedenza e le difficoltà che hanno superato insieme, non dovrebbero avere più timori o dubbi sulla loro relazione. Ma non è così. Se Griffin teme che Ival possa incolparlo di averlo messo in pericolo per aiutare suo fratello, Whyborne sente ora più che mai il peso delle differenze caratteriali e fisiche, pur sapendo che Griffin si è innamorato di lui proprio per ciò che è. Non solo, i sensi di colpa di entrambi — di Griffin per aver messo in pericolo Whyborne e di quest’ultimo per essere stato, in un certo senso, il motivo dell’allontanamento di Griffin dai suoi genitori rivelando la loro relazione al museo — non smettono di tormentarli. Noi sappiamo che non è così, che nessuno di loro incolpa l’altro, ma non c’è niente di più realistico. Nelle loro imperfezioni, con le loro insicurezze e i loro difetti, Whyborne e Griffin sono perfetti così e sono una coppia meravigliosa.
Jordan L. Hawk non poteva dimenticare, poi, l’amicizia tra Whyborne e Christine che, lo sappiamo, è speciale. Due persone considerate strane dai colleghi, forse dall’intera società dell’epoca. Erano, a tutti gli effetti, due “emarginati” e proprio questo li accomunava. In questo volume, però, la loro amicizia diventa ancora più indissolubile. Come al solito, non mancano le loro punzecchiature e risposte piccate, né tantomeno i dialoghi, che ci strappano un sorriso anche nei momenti più impensabili. 

«Sei così bello,» sussurrai.
«Ecco la conferma,» esclamò Christine. «Il suo cervello ha subito dei danni.»
«Christine!» scattò Whyborne, con le sopracciglia aggrottate. 

Credo che sia arrivato il momento di finire questa recensione, mi sono dilungata fin troppo, ma questo libro, questa serie, mi ha preso così tanto che non riesco a controllarmi. A ogni volume, mi fa provare così tante emozioni, mi fa sentire come se fossi parte della storia, come se fossi insieme a Whyborne, Griffin, Christine e ora anche Iskander, a combattere e rischiare la vita. Provo lo stesso dolore che attanaglia loro, la stessa paura di morire o di perdere chi amano. E non importa se so benissimo che Ival e Griffin sopravvivranno, il timore è lì, così come la commozione e il sollievo, come quei sospiri che ti sfuggono e ti fanno tornare a respirare. Leggo quelle parole, giro quelle pagine e mi sembra di essere lì, in loro compagnia, a vivere quell’avventura ricca di pericoli. Perché Jordan L. Hawk ha il potere, così voglio chiamarlo, di far sentire il lettore come il quarto ‒ o anche quinto ‒ membro del gruppo.
Ora vi lascio davvero, ma prima vi dico che, se amate Griffin quanto me, tenete vicino i fazzoletti… 

Eravamo tutti collegati, uniti alla Madre delle Ombre, e il dolore della regina neonata era sopra di noi. Le lacrime bagnavano le mie guance, ma non mi importava. Piangevo per Pa’, perché non era mai stato capace di permettere al suo amore per me di superare la sua paura per la rabbia divina. E piangevo per Christine, i cui genitori non avrebbero accettato l’uomo che amava per via del colore della sua pelle. Piangevo per Ival, per tutto il dolore legato a suo padre e a suo fratello, e per Iskander, la cui madre aveva preferito il dovere alla famiglia e non gli aveva mai detto il perché. Piangevo per Ma’, che mi aveva chiesto di non essere accanto a lei quando avevano seppellito Pa’. E infine piangevo per Jack, perché una parte di noi era ancora lì, insieme, sul treno degli orfani. Si era voltato verso di me, cercando di essere coraggioso, e mi aveva messo il suo cappotto sulle spalle. «Stai al caldo,» aveva detto. E si era allontanato verso un futuro dove tutti quelli che avrebbero dovuto occuparsi di lui avevano fallito.

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