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Le riletture più amate del 2018 - Consigli di lettura #1

Storie bellissime, romanzi M/M ben scritti e appassionanti che vale sempre la pena rileggere... e a cui non abbiamo saputo resistere durante l'anno appena trascorso. 

Incipit 
Carter era in piedi sulle scale del portico e guardava gli operai allontanarsi. Forse sembrava un idiota a salutare con la mano un camion la cui fiancata esibiva la scritta ‘Traslochi Hanson. Tariffa forfettaria’, ma non gli interessava. Santa Josephina era il tipo di cittadina in cui sognava di vivere sin da quando il suo primo anno a Los Angeles lo aveva costretto ad abbandonare tutte le illusioni romantiche sulla vita in una grande città. LA era il posto sbagliato per uno come lui, uno che aveva bisogno di tranquillità, e non di essere bombardato ventiquattr’ore al giorno da continui rumori e impulsi visivi. Voltandosi verso la casa, alzò lo sguardo sulla targhetta con l’indirizzo che troneggiava proprio sopra la sua nuova porta.

Fort Washington Terrace numero diciassette.

Era un bell’indirizzo. Facile da pronunciare. Divertente da pronunciare. 
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Incipit 
C’era uno strano uomo nella vasca da bagno di Perry. Indossava un giubbotto sportivo… un giubbotto sportivo alquanto brutto. Ed era morto. 

Perry, che era reduce dalle ventiquattro ore più dolorose e umilianti della sua vita e aveva guidato per più di un’ora dall’aeroporto, sotto la pioggia torrenziale, per raggiungere la relativa quiete e intimità della gelida stanza in affitto all’Alston Estate, rimase immobile, la bocca spalancata. 

La sua emicrania svanì. Dimenticò di essere esausto, affamato e bagnato fradicio. Dimenticò di aver desiderato di essere morto, perché lì c’era una persona morta, e non era per niente un bello spettacolo.
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Incipit 
Era stato proprio uno dei giorni peggiori della vita di Logan Crane. 
Al lavoro si era offerto volontario per scaricare una grossa consegna di pacciame, un incarico polveroso e che faceva sudare, sapendo che di solito veniva svolto da una sola persona, così da starsene per conto suo a faticare per tre o quattro ore in beata solitudine. Purtroppo per Logan, il manager del vivaio aveva ordinato non uno, ma ben tre camion di trucioli di legno per prepararsi al trambusto primaverile. 
Quindi, al posto del pomeriggio pacifico che aveva previsto, gli era toccato lavorare con Petey e Josè, due colleghi molto giovani e chiassosi che continuavano a chiacchierare senza sosta sopra il casino della radio che sparava musica hip-hop. Lo stridio e il volume alto costanti della musica avevano fatto a gara con la luce del sole per chi dovesse avere il privilegio di trapanargli dolorosamente il cervello. 
Mentre staccava, Logan aveva brontolato tra sé e sé che, per quanto gli fossero stati di aiuto Petey e Josè, avrebbe fatto prima a fare tutto da solo. Forse, se si fossero tenuti le magliette addosso e avessero tirato su quei fottutissimi, pantaloni sarebbero riusciti a combinare qualcosa. La vista della pelle abbronzata e sudata e l’esposizione continua della biancheria intima attillata gli avevano dato sui nervi tanto quanto il frastuono. Aveva liquidato la sensazione come la seccatura di dover lavorare con dei ‘ragazzi sfrenati di città’. 
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Incipit 
Il mio cuore sta battendo così veloce che temo possa inciampare su se stesso e fermarsi. Intorno è tutto caldo e scuro. Mi hanno sepolto vivo. Sono già morto. 

Sono ancora abbastanza ancorato alla realtà da scartare queste ipotesi, ma questo non placa il mio terrore. Ho la bocca asciutta, strana e amara, la mia lingua è spessa come un tappeto. Il fiato appesantito dall’alcol si trascina a fatica fuori dalla mia gola, il suo tanfo mi rimescola le viscere. Sto marinando nel mio stesso sudore. C’è un braccio sul mio petto, una gamba che copre le mie. Sono tenuto prigioniero da catene fatte di carne.

dio, dio, cazzo, dio, cazzo

Il mio corpo fa troppo rumore. Il sangue che rimbomba, il cuore che tuona, il respiro che urla, lo stomaco che protesta, il cuore che martella.

Sto per avere un attacco di panico in grande stile. 
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Incipit 
Mentre attraversava il fiume Rappahannock lasciandosi dietro del fumo nero, il treno traballava; i canti sguaiati e la baraonda dei suoi passeggeri coprivano lo scricchiolio del legno dei vecchi vagoni. Quando Cal inciampò, una mano ferma si posò sul suo braccio per non farlo cadere; allora sorrise all’uomo, prima di buttarsi sul sedile di fronte a lui. Gli allungò una bottiglia. «Ti va un sorso? Dovrebbe essere bourbon.»
L’uomo abbozzò un mezzo sorriso. «Certo.» La prese e bevve a canna. Cercò di nascondere una smorfia di disgusto, ma non gli riuscì bene. «Non mi sono mai piaciuti i superalcolici.»
«Be’, in difesa del bourbon, devo dire che non è proprio il migliore del Kentucky.» Cal guardò fuori dal finestrino ricoperto di graffi e della bava del tizio accanto a lui che ci dormiva appoggiato. Il sole al tramonto tingeva l’orizzonte di arancio, mentre spariva dalla visuale. «Stento a credere che domani mattina saremo già in Carolina del Sud. Certo, sempre che questo vecchio trabiccolo non vada in mille pezzi lungo il tragitto.»
In mezzo al vagone scoppiettava una stufa che nel gelido gennaio sprigionava solo un po’ di tepore. Cal batteva i denti per via degli spifferi, rimpiangendo di non aver portato una giacca più pesante. Ma pensava che presto avrebbero smesso i loro abiti da civili per indossare le uniformi e che, nel giro di poco, si sarebbe ritrovato ad avere nostalgia del freddo invernale.
«Speriamo di imbarcarci su una nave più solida,» disse l’uomo prima di passare la bottiglia a una recluta di fianco a lui che interruppe una canzone da marinaio irlandese per mandar giù un quarto di quella robaccia.
«Comunque, io sono Cal,» si presentò, tendendogli la mano. «Cal Cunningham.»
«Jim Bennett.»
Se anche Jim aveva notato quanto la pelle di Cal fosse più liscia della sua, non disse niente. 
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Incipit 
La notte stava a brandelli. I lampioni a gas mangiucchiavano l’oscurità. Le candele proiettavano aureole sbiadite sulle finestre sporche dei caseggiati dall’altra parte della strada. Dalle ciminiere sbuffavano pesanti nuvole viola, che punteggiavano il cielo come brutte macchie su una tenda di velluto. Negli angoli di buio brillavano le lucciole. 

Due di esse invasero l’oscurità delle mie stanze. Le guardai lampeggiare, lanciate nel loro corteggiamento da insetti. Mi sfrecciarono davanti alla faccia, percorsero un cerchio, poi si illuminarono nella piega della manica della mia camicia. 

Scivolarono più vicine, il desiderio attraversò lucente i loro minuscoli corpi. Le loro antenne si toccarono e tremolarono. La lucciola femmina si sporse ad accarezzare il maschio, che si gettò nel suo abbraccio. Tenendolo stretto, lei gli chiuse la testa tra le potenti mandibole. I loro corpi accesi lampeggiarono in perfetto unisono mentre lei lo divorava. 

Alcune storie d’amore finiscono un po’ peggio di altre. 

Bisognava ammirare la lucciola per la sua efficienza. Divorò ogni scampolo di prova, poi si riposò sulla mia manica con una tranquillità innocente che avrebbe potuto ingannare un inquisitore. Alla fine, con un colpetto, la allontanai dal braccio e mi arrotolai la manica. Avevo la mia tresca rovinosa da coltivare. 
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Incipit 
Non era che non volessi stare lì. Davvero, il bar non era uno di quei posti orridi con la musica martellante e le cameriere vestite di uno straccetto striminzito utile solo a mettere in bella mostra seni e fondoschiena a beneficio della disperata moltitudine di single che filtrava dalle porte di vetro istoriato. No, qui si trattava di una morte più ricercata. L’arredamento artisticamente minimalista, i dipinti astratti che non significavano nulla, le luci tenui, il legno lucido del bancone, ciascuno di quegli elementi si abbinava all’altro in maniera incomprensibile. Come se qualcuno, una volta, avesse visto in sogno, mentre era fatto, l’immagine di una cosa che desiderava moltissimo e poi avesse cercato di riprodurla da sobrio. 
Ma, alla fin fine, non era neppure il modo peggiore di trascorrere una serata. E, in ogni caso, Tracy non mi avrebbe mai perdonato se non ci avessi almeno provato. A quanto pareva ‘trasudavo solitudine’, qualunque cosa ciò significasse.
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Incipit 
“È solo un cane, Bennett! Datti una calmata.” 

Al suono profondo della voce del padrone, l’animale alzò la testa da dove era appoggiata contro la maniglia della portiera e allungò il collo per guardare dall’altra parte dell’abitacolo del pick-up. 

“Solo uno stramaledetto cane,” brontolò Travis Bennett, tentando di ignorare il bruciore e la stretta alla gola. Si passò con forza una mano callosa sulla faccia; il grattare della barba ispida sulle guance gli risuonò forte nelle orecchie. Distolse lo sguardo dalla strada mentre allontanava la mano. Asciutta. Niente lacrime. La loro assenza non era una sorpresa, tuttavia ne restò quasi deluso. “Solo un cane.” 
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Incipit 
È verde. 

Con pannelli di vetro smerigliato e un grosso battente massiccio. Il campanello non funziona. Non ha mai funzionato. 

Ricorda ancora la prima volta che l’ha vista, in cui si è trovato in piedi di fronte a essa, speranzoso e impaziente, mano nella mano con Marius. 

Se ne ricorda come ricorda la prima volta in cui Marius lo ha baciato, come la prima volta in cui ha infilato la chiave nella serratura, girandola prima nel verso sbagliato, poi in quello giusto, goffo in un gesto che non gli era ancora familiare. 

Quando dico alla gente quello che faccio, vuole sempre sapere se ho mai lavorato a qualcosa di famoso. All’eulogia per Shakespeare di Ben Jonson. Alle opere giovanili della Austen. Alla collezione Abinger.
L’ho fatto, ma non sono i progetti a cui sono più legato.
Quello che amo sono lettere e diari, taccuini e libri mastri, calendari, inviti e almanacchi: documenti ordinari di gente comune. Ephemera, è così che li chiamano. Dal greco. Come quegli insetti dalle zampe delicate, con le ali simili a vetri piombati, che vivono per un solo giorno.
Talvolta mi domando se sia un’occupazione strana la mia, questo bisogno quasi ossessivo di preservare tutto ciò che è transitorio. Ma, se per alcune persone la storia è fatta di poche, roboanti voci che hanno declamato l’arte e combattuto guerre nel corso dei secoli, per me è un coro sommesso di giorni del bucato e fatture del droghiere, di cartamodelli e rotazioni delle colture. Del prezzo del sego. 
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Incipit 
«Ehi! Credo che il dottore sia finalmente arrivato.» Neil mi diede una gomitata, provocandomi un dolore lancinante alla spalla e alla clavicola presumibilmente dislocate e molto probabilmente rotte. Gemetti e mi agitai sulla sedia, poi gli assestai un pugno allo stomaco.
Lo colpii con precisione, trovando la zona molle sotto le costole. Il respiro gli passò fischiando attraverso i denti e la faccia gli diventò rossa come una barbabietola. Tenendosi la pancia, cadde a terra con le gambe all’aria.
Mi bruciavano le nocche per il colpo, ma ne era valsa la pena. Per un attimo dimenticai i miei dolori: la scena drammatica di Neil che si contorceva sul pavimento mi divertiva molto. Forse non si era meritato un colpo così forte, ma un pugno o due tra amici non sono poi la fine del mondo, no?
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Incipit 
Butto la borsa nella macchina a noleggio e praticamente mi ci lancio dietro. Una volta che la portiera è chiusa, crollo sul sedile, chiudo gli occhi, e maledico l’intero stato del Michigan. Se il Michigan non fosse esistito, io non sarei seduto su un’auto a nolo ai confini del minuscolo campus dello Sleeping Bear College, ad affrontare una prematura crisi di mezz’età a trent’anni.
Ho passato la giornata a fare colloqui di lavoro allo Sleeping Bear, un piccolo college di materie umanistiche di cui non avevo mai sentito parlare fino a sei mesi fa. Il colloquio è andato bene, la prova pratica di insegnamento è andata anche meglio, e sono abbastanza sicuro di non aver mai lasciato che i polsini si sollevassero abbastanza da mostrare i miei tatuaggi. Direi che gli sono piaciuto, sembravano entusiasti di assumere una persona giovane che li aiutasse a far crescere il dipartimento. Mentre parlavano di studi indipendenti e doppi corsi di specializzazione, catalogavo mentalmente tutti i giochi di parole con orso che conoscevo. Di sicuro non so dire cosa avrebbero pensato se avessero saputo che associavo il corpo peloso e l’andatura pesante dell’orso ai bear, uomini grossi che bevono birra, invece che all’università, al parco naturale circostante o all’animale da cui avevano preso il nome.
Mi sono fatto il culo per arrivare dove sono oggi, e tutto quello che riesco a pensare è che sono un ciarlatano. Non sono un professore di inglese. Sono un delinquentello gay di Philadelphia con cui i ragazzi alla moda andavano per i bassifondi. Chiedete al mio ex. Chiedete a mio padre. Chiedete ai miei fratelli, soprattutto. Dio, che diavolo sto facendo qui?
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Incipit 
“Mandi loro un altro segnale, signor Ozawa.” Il tono tagliente del capitano Drummond tradiva la tensione sotto la sua facciata impassibile.
Le dita di Isaac volavano sul terminale mentre lui ripeteva il segnale su tutte le frequenze abituali. “Mercantile di classe C Hermes al personale a bordo della Marduk. Abbiamo intercettato un segnale d’emergenza. Siete pregati di specificare la natura dell’emergenza. Qui Hermes, ci rivolgiamo alla nave da trasporto giudiziario Marduk. Per favore, rispondete.”
“Niente? Interferenze? Ticchettii?”
“Niente, signora. Solo la richiesta di soccorso mandata a ripetizione.”
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Incipit 
Davo si presenta 

Mi resi conto di essere gay quando avevo undici anni. Essere gay significava essere un ragazzo a cui piacevano cose da ragazze. Essere gay significava essere picchiato a scuola e ridicolizzato dall’insegnante di ginnastica. Essere gay non era una cosa buona.
Non volevo essere gay. Afferrai tutta la mia collezione di My Little Pony, di cui mi ero amorevolmente preso cura negli anni, e la gettai nella spazzatura. E non piansi. Non tanto.
E quando mia sorella mi pregava di aiutarla a scegliere quali scarpe abbinare alla sua Barbie, la prendevo in giro e le dicevo che i ragazzi non fanno certe cose da femmine. Mi tagliai i capelli corti, da macho, e feci in modo che nessuno avesse motivo di chiamarmi gay.
A tredici anni mi resi conto di cosa significava davvero essere gay. Voleva dire non avere scelta. Potevi essere uno di quei gay a cui piacciono le cose da femmine, farti prendere a calci in culo a scuola ed essere umiliato dal professore di ginnastica, o potevi dire a tutti di essere gay e sbattertene della loro opinione.
E va bene. Forse ho detto sbattertene il cazzo, ma avevo tredici anni, dire cazzo faceva parte dell’odio verso il mondo intero.
Ad ogni modo disprezzavo ancora tutte le cose da femmina. Mi ero trovato uno slogan: Mi piace il cazzo, ma non sono una fighetta.
Lo scrivevo nel mio quaderno (solo le ragazze scrivono un diario) e lo usavo come mantra quotidiano. All’età di quindici anni avevo detto a mia madre di essere gay e avevo scritto quelle parole sul muro della mia stanza. Mi piace il cazzo, ma non sono una fighetta.
Mia madre non ne fu impressionata.
Mio padre sì. Rimuginò sulla cosa per giorni (sul fatto che fossi gay) e poi disse: «Beh, almeno non ho una fighetta come figlio.»
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Incipit
«Ehi, ragazzo di Harnee,» disse Daniel Whitlock, e il sorriso gli illuminò l’intero viso.
Bel dovette resistere alla voglia di piantarvi un pugno. «Per te sono l’agente Belman, Whitlock.» Sfilò la torcia dalla cintura e gli puntò la luce dritta negli occhi, dove le pupille avevano fagocitato quasi interamente le iridi color nocciola. «Che cosa hai assunto?»
Whitlock gli girò le spalle e si cacciò le mani nelle tasche, stringendosi i jeans sul sedere. «Vado a casa. Vieni con me?»
Si trovavano nel parcheggio del Greenducks, un bar fatiscente incastrato tra un ex salone di bellezza e un’agenzia di mutui. Si scendeva una rampa di scale di legno mezzo marcio e si arrivava in uno scantinato pieno di succhiacazzi. E non del tipo che si vede nei bar gay dei film. Lì non c’era nessun corpo abbronzato e scolpito, niente ali d’angelo del cazzo o short di pelle. I tizi presenti puzzavano di fumo e avrebbero fatto qualsiasi cosa per un po’ di droga. Bel frequentava il posto solo quando era abbastanza disperato da far finta di non notare gli scambi che vi avvenivano.
«Io a te non mi ci avvicino,» disse Bel a Whitlock.
Stronzo. Dannato tossico svitato.
Contaballe.
Assassino.
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Incipit 
La prima volta che William lo vide, stava cavalcando sul campo del torneo in groppa a un cavallo rosso. La casacca che l’uomo indossava era di un blu brillante con un’aquila bianca ad ali spiegate sul petto; doveva essere uno dei figli di Lord Brandon. Una luccicante armatura a piastre gli rivestiva le spalle, le braccia e la parte superiore delle gambe. Sotto di essa indossava brache e stivali neri. 
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Incipit 
Tutto cominciò con un uomo morto.
No, non è vero. Cominciò molto prima per Jimmy Dorsett, che era vivo e vegeto, anche se tutto solo, nella vastità del deserto, e ascoltava la sua Escort sferragliare e borbottare, domandandosi quanto lontano ancora lo avrebbe portato. Avrebbe preferito ascoltare la radio, ma era già rotta quando aveva comprato la macchina. E anche l’aria condizionata, e quello era il motivo per cui stava guidando di notte. O almeno uno dei motivi.
Sapeva che se avesse rallentato, l’auto sarebbe durata qualche miglio in più, ma teneva comunque il piede premuto sul pedale. Dava la colpa all’aver bevuto parecchio caffè e aver quindi bisogno di un bagno, ma la realtà era che guidava sempre veloce, anche se non aveva nessun posto in particolare dove andare. 
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Incipit 
La lettera giaceva chiusa sul tavolo in corridoio quando Armin tornò a casa, spiacevolmente sobrio, ma meno spiacevolmente non da solo. L’oggetto catturò la sua attenzione mentre stava baciando il suo ospite – Jochen? Joachim? – e nonostante la trepidazione per ciò che stava per accadere, il suo stomaco sprofondò.
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Incipit 
«Gin! Amico mio, sei storia vecchia!» 
Tommy buttò giù un tris di quattro e una scala di cuori, e rise trionfante. Le parole e la risata risuonarono confuse a causa dei danni alla gola e al palato, ma Michael lo capì perfettamente.
«Cavolo! Hai una fortuna da paura oggi!» Michael Lamont scosse la testa cercando di apparire deluso, ma non gli importava molto. Far ridere Tommy valeva ben più di perdere qualche partita a carte.
«Beh, il lunedì è il mio giorno fortunato,» replicò l'altro facendo l'occhiolino, poi allontanò la sedia dal tavolo.
«Stai flirtando con me?»
«Già.»
«So cosa stai cercando di fare: prima mi stracci e poi cerchi di indorare la pillola. Vuoi giocare ancora?»
Lo chiese perché lo faceva sempre, era parte della loro routine. Tre partite a Gin Rummy, che Tommy vinceva più spesso di quanto le perdesse, e poi il massaggio. 
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Incipit
Non era una buona giornata per essere me. 

Il graffio sotto la punta dell’orecchio destro mi prudeva, e quando lo grattai il prurito si abbassò, scendendo lungo lo stomaco e arrivando fino all’inguine. Lo costrinsi ad andarsene, e dopo avermi infastidito per qualche secondo, svanì. Avevo freddo, puzzavo del sangue dei tre cani ombra elfici che avevo già ucciso ed ero irritato, perché là fuori ce n’era ancora uno vivo che dovevo stanare. 
Sentii l’odore dell’ultimo cane prima ancora di vederlo. Niente riesce a coprire il tanfo di bastardo unsidhe. Puzzano come aringhe vecchie di una settimana avvolte nei fluidi di un cadavere in putrefazione lasciato fuori al sole. Alzai gli occhi al cielo grigio acciaio per controllare se avrebbe piovuto e annusai, cercando l’odore dell’acqua. Il tanfo di cane nero bagnato avrebbe fatto vomitare un morto, inoltre avrebbe appestato il pianale di metallo del mio furgone. 
“Vieni da Kai, piccolo.” Lanciai un’occhiata veloce alla bestia, sbirciando oltre l’albero dietro al quale ero nascosto. “Devo fare un po’ di spesa.” 
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SERIE
Incipit "Ombre fatali", primo volume della serie 
Poliziotti prima di colazione. Prima del caffè, per di più. Come se i lunedì non facessero già abbastanza schifo.
Scesi al piano di sotto inciampando nei miei stessi piedi, aprii la porta d’ingresso a vetri, spinsi indietro il cancello di sicurezza decorato e li feci entrare: due agenti in borghese.
Si identificarono mostrandomi i distintivi. Il detective Chan era più anziano, panciuto, un po’ arruffato e, quando mi passò accanto, avvertii un odore di Old Spice e sigarette. L’altro, detective Riordan, era alto e biondo, con un taglio di capelli da neo-nazista e occhi ambrati. A dire il vero, non avevo idea di che colore fossero i suoi occhi, ma erano attenti e imperturbabili, pronti a captare il minimo accenno di movimento.
«Siamo spiacenti di doverle dare una brutta notizia, Mr. English,» esordì il detective Chan mentre procedevo lungo il corridoio tra le librerie in direzione del mio ufficio.
Continuai a camminare, come se potessi fuggire da quello che stavano per dirmi.
«… a proposito di un suo impiegato. Un certo Mr. Robert Hersey.» 
Rallentai, fermandomi davanti al settore dedicato alla letteratura gotica. Il mio sguardo indugiò su una dozzina di damigelle in ambasce nei loro négligé trasparenti. Mi girai a guardare i poliziotti. Entrambi esibivano quella che avrei definito un’espressione “ufficiale”.
«Che è successo a Robert?» Lo stomaco mi si gelò. Rimpiansi di non essermi preso un attimo per indossare le scarpe. Scalzo e con la barba da fare, non mi sentivo pronto a ricevere brutte notizie. Non poteva trattarsi che di brutte notizie. Era sempre così quando c’era di mezzo Robert.
«È deceduto.» Era stato il tipo alto a dirlo. Riordan, il Super Uomo.
«Deceduto,» ripetei.
Silenzio.
«Non sembra sorpreso.» 
«Certo che lo sono.» Lo ero, no?
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Incipit "Dimmi che è vero", primo volume della serie 
Tanto perché lo sappiate, non ho un pene gargantuesco.

Sorpresi, eh? La maggior parte delle volte, quando si leggono storie come quella che siete in procinto di cominciare, il protagonista è la perfezione fatta uomo, che se ne renda conto o meno. Se non lo sa, è perché ha una qualche tara mentale, e c’è bisogno che arrivi il bel culetto di turno per farlo uscire dal proprio guscio e fargli capire che la sua bellezza esteriore sovrasta di gran lunga quella interiore. Oppure sa di essere attraente e usa questa sua avvenenza come arma, fino a che l’oggetto della sua libidine non abbatte quel muro di narcisismo a suon di spruzzate e bei discorsi. Dopodiché, i due piccioncini saltellano allegramente incontro al tramonto e vanno a vivere a Perfection City, dove tutti hanno un uccello lungo venticinque centimetri e palle in grado di produrre puntualmente una secchiata di sperma all’ora.

Ma tornando a me, non ce l’ho neanche piccolo. Avevo più o meno quattordici anni quando cominciai a notare i miei compagni nello spogliatoio della palestra a scuola (e quando dico ‘cominciai a notare’ intendo proprio che mi concessi di osservarli per vedere se me lo facevano diventare duro – e sì, succedeva), e mi resi conto che i peni sono come i fiocchi di neve: non se ne trovano mai due perfettamente uguali. 
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Incipit "Una raffanita trasgressione", primo volume della serie
All’età di dodici anni, Harry Gordon era già un ricercato.

Con lo sguardo fisso sull’acqua scura oltre lo scafo, si muoveva insieme alla nave che veleggiava ondeggiando verso la Francia. Non era la sua prima traversata della Manica, e neanche la prima volta che lo avevano fatto salire in fretta e furia su un’imbarcazione nel mezzo della notte, le orecchie tese per cogliere le grida degli inseguitori o l’avvicinarsi di passi affrettati. Era però la prima volta che si rendeva conto di cosa sarebbe accaduto agli uomini che si erano lasciati alle spalle nel momento della fuga, e quel pensiero lo faceva stare addirittura peggio del rollio sotto i suoi piedi. 
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Incipit "I due gentiluomini di Altona", primo volume della serie
Mac fu il primo ad arrivare sul luogo del crimine, se non si volevano considerare i poliziotti locali, e lui non li considerava. Val poteva cianciare quanto voleva di spirito di collaborazione e bla bla bla, ma lui ormai inseguiva Dean Maxfield da mesi e nessun poliziotto gli avrebbe mandato a monte la caccia. Senza contare che era l’una di notte e non beveva un caffè da almeno otto ore e mezza, cosa che gli pesava non poco. Ergo, al diavolo la collaborazione.
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Incipit "Gli omicidi della sirena: l'arte di uccidere" - Libro I
Il calore estivo luccicava sull’asfalto. 

In quella luce tremolante e umidiccia, l’uomo massiccio e biondo che si appoggiava disinvolto alla berlina d’ordinanza argentata – e controllava l’orologio – sembrava una sorta di miraggio. Niente di più lontano dal vero. L’agente speciale senior Sam Kennedy non era un’immagine prodotta dal riverbero del sole.
Kennedy sollevò lo sguardo, vide Jason e fece una smorfia. Forse voleva essere un sorriso. O probabilmente no, vista la reputazione dell’uomo.
«Agente speciale West,» disse. La sua voce era profonda, e parlava strascicando leggermente le parole. «Pensavo che venendo qua si fosse fermato a vedere se poteva risolvere la rapina del 1990 al Gardner Museum.»

Un tipo davvero spiritoso.
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Incipit "Il canto di Oestend", primo volume della serie 
Aren sapeva degli spettri, ovviamente. Tutti sapevano.
Il punto era che nessuno credeva che le storie fossero vere. Non da dove veniva lui, almeno.
Ma durante la sua prima notte nella città di Milton, mentre il vento ululante sbatteva le persiane della sua stanza, Aren Montrell se ne stava a letto, tutto tremante. Gli tornarono in mente le leggende che aveva udito riguardo agli spettri.

Ogni nonna – forse ogni genitore, anche se lui non poteva esserne sicuro – raccontava di bambini ritrovati freddi ed esanimi al mattino, perché qualche adulto meschino aveva lasciato la finestra aperta prima di rimboccar loro le coperte. Si diceva che gli spettri arrivassero nelle notti più buie, per rubare il fiato di chiunque fosse tanto sciocco da non chiudersi in casa, sbarrando le porte. Anche nella sua terra natia, oltre il mare, nelle brulicanti città di Lanstead, molte case erano dotate di sigilli protettivi sulle porte d’ingresso. Nonostante tutto, Aren non aveva mai avuto ragione di credere alle leggende. Aveva sempre pensato che quei segni fossero solo per bellezza.
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Incipit "Tigri e diavoli", primo volume della serie
Metà febbraio, a Melbourne si respira un profumo nuovo. Adesso che è di nuovo la sede dell’AFL, il campionato nazionale di football australiano, odora di patatine fritte e di hot dog, d’erba curata con attenzione, di palloni di cuoio nuovi di zecca e di scarpette da football. Nel fine settimana la città diventa più chiassosa perché i rumori della folla acclamante si diffondono dal Melbourne Cricket Ground e, se tira il vento giusto, si possono udire perfino in periferie lontane come Northcote o Moonee Ponds.
Melbourne è la patria del football australiano; è qui che è nato. Sono due elementi che non possono essere separati, anche se questo gioco adesso si è diffuso in altri stati. L’MCG è la sua mecca e i fedeli di questo sport vi si riuniscono per ammirare i moderni gladiatori che combattono in una danza selvaggia ma bellissima.
I miei gladiatori sono i Richmond. Ho la tessera dei Tigers da quando avevo undici anni. Custodisco ancora la prima, quando erano fatte di carta e non di plastica; il mio nome, Simon Murray, vi è scarabocchiato sopra con una calligrafia infantile e quasi illeggibile. Mio padre ha dovuto fare i conti abbastanza presto con il fatto che io non sarei mai stato un fan degli Essendon come lui e la mamma e, di fatto, hanno dato la colpa a me quando anche mio fratello più giovane, Tim, si mise contro gli Essendon e abbracciò la fede per i Collingwood.
“È il sogno di ogni uomo,” mi diceva mio padre di tanto in tanto quando le birre che si era scolato durante una partita iniziavano a prendere il controllo su di lui, “che suo figlio tifi la sua stessa squadra. Voi ragazzi l’avete infranto.”
“Almeno io non tifo Collingwood,” gli rispondevo, come sempre.
“Almeno quello,” sospirava mio padre lanciando uno sguardo truce a noi ragazzi Murray, prima di volgere di nuovo l’attenzione alla tele.
La mamma era molto più clemente. Stando a ciò che pensava, meno persone tifavano Essendon, meno avrebbe dovuto condividerli.
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Vi diamo appuntamento a domani per i romanzi e le serie M/M del 2018 che abbiamo amato di più.

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