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I libri LGBT del 2018 che abbiamo amato di più!

Chiudiamo il nostro bilancio di fine/inizio anno con i libri LGBT del 2018 che abbiamo amato di più. 
Li amiamo tuttora perché sono doni che attraversano il tempo. Perché sanno ammaliare con le loro parole raffinate, selvagge o strazianti. Perché offrono una ricchissima esplorazione delle dinamiche sociali, familiari e relazionali con l'intento di trasportarci in mondi conosciuti oppure nuovi, lontani e immaginari. 
Questi libri ci costringono a fare i conti con il passato e il presente, con le atrocità della guerra, con le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani. 
Chiedono a noi lettori di meditare sul significato dell'amore, sulle cause e gli effetti del tradimento, sul peso della solitudine e dell'ossessione. 
In poche parole, reclamano la nostra totale attenzione.
Li amiamo dunque perché distogliere il pensiero dalla profondità e dalle spinte emozionali dei loro personaggi è una lotta impari e persa in partenza. E perché i loro autori hanno saputo descrivere la scoperta di sé e dell'intimità con una sensibilità preziosa, andando forse al di là delle proprie convinzioni, e sondando l'insufficienza della vita, il fascino elusivo delle illusioni e le immancabili debolezze del cuore umano.

Incipit 
È così che ti ho visto per la prima volta, Long Island, sulla cartina appoggiata al cruscotto della macchina di Paul Benchley. Come il corpo di una donna nel porto di New York. Mi sorprende sempre che nessuno veda in quell’isola allungata la forma di una donna, nelle gambe la biforcazione del litorale, nei fianchi e nei seni le insenature incrostate di gusci d’ostrica, e poi la testa, spaccata, rivolta verso New York City. Ancora adesso, quando chiudo gli occhi e cerco di ripensare al luogo dove tutto è successo, la vedo galleggiare lì, nell’acqua, a est. 
Senza dubbio, chi sta ancora cercando di darmi un volto ricorda soltanto l’ultima volta in cui mi ha visto, subito prima che scomparissi. Si è discusso molto sulla notte in cui ho lasciato il North Fork di Long Island: come avesse potuto un diciannovenne ricercato per una serie di omicidi eludere la polizia e i vigili locali, tutti troppo lenti tra le pallide paludi gelide, sferzate dai venti invernali del Sound che trasformano i fondali della costa in spaventose lastre di ghiaccio. Qui la risposta è facile: ho corso. Quello che è andato perduto, nel vortice crescente dell’attribuzione della colpa, è il ricordo di come fossi arrivato a Orient.
Non mi aspetto che crediate alla bontà delle mie intenzioni. Ho imparato troppo tardi la lezione della vita nei luoghi migliori d’America: occorrono azioni grette, diffidenti, spietate per vivere un’esistenza ordinaria. Ero arrivato a Orient a fine estate, mi facevo chiamare Mills Chevern. Ed ero fondamentalmente un bravo ragazzo. Vi ricordate di me in quelle ultime giornate calde?
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Incipit 
Si fermavano allo stazzo di Carminuccio, che era abbandonato da anni, da quando se n’era andato a Milano e aveva preso moglie. Una puttana dicevano, ma lui ci faceva la sua figura quando scendeva giù in paese. Solo d’estate e solo dieci giorni, per incontrare gli amici e passeggiare avanti e indietro lungo il corso appeso al braccio di quella che lo sopravanzava della testa. Della sua terra, che puzzava ancora di merda di capra, niente, diceva che non ne voleva più sapere. E cosa gliene poteva fottere di quei campi sassosi dove suo padre s’era torto la schiena, lui che c’aveva una pizzeria e un bar con il biliardo aperto fino alle quattro della notte e una moglie che gli uomini strabuzzavano gli occhi per guardarle il culo?
Non proprio allo stazzo si fermavano, ma più avanti, dove c’era la fontana che sgocciolava ancora un respiro d’acqua, e un fascio di quercioli a fare ombra di giorno a tanta aridità. Lì dietro, la macchina spariva, un po’ ingoiata dall’ombra e un po’ dai tronchi. E poi era quasi notte quando ci arrivavano, dopo l’allenamento e nello spogliatoio a tirare in lungo, più che per l’attesa del buio, per l’altro gioco che era incominciato sul campo fra le schermaglie della palla e continuava lì, sotto le docce aperte, nudi in mezzo agli altri, senza guardarsi mai ma sentendosi nella stessa acqua che li bagnava, ripassando con la mente l’uno il corpo dell’altro, le lunghe carezze del sapone sul petto e giù, fino al membro. E frenare il desiderio doloroso, rimandare la resurrezione, ascoltare, con la testa altrove, rispondere con parole diverse… e gioire dell’attesa e del loro segreto. Dopo. E il dopo arrivava dentro la vecchia Fiat del padre di Antonio, in quell’ombra nascosta, con il gocciolio dell’acqua e il grido di un uccello notturno che si mescolava al loro affanno e sembrava precedere la resa finale. 
Si amavano da due mesi, e prima non lo sapevano. 
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Incipit 
Io e Bobbi abbiamo incontrato Melissa per la prima volta a una serata di poesia in città dove ci esibivamo insieme. Melissa ci ha fotografate all’uscita, con Bobbi che fumava e io che mi tenevo impacciata il polso sinistro con la mano destra, come se temessi che se ne andasse per conto suo, il polso. Melissa usava una grossa macchina fotografica professionale e aveva vari obiettivi in un’apposita borsa. Chiacchierava e fumava e intanto scattava foto. Ha parlato della nostra performance e noi del suo lavoro, nel quale ci eravamo imbattute su internet. Verso mezzanotte il bar ha chiuso. Stava iniziando a piovere, e Melissa ci ha detto che se ci andava potevamo bere una cosa da lei. 
Siamo salite tutte e tre su un taxi e abbiamo trafficato per allacciarci le cinture. Bobbi stava seduta in mezzo e aveva la testa girata per parlare con Melissa, per cui potevo vederle il collo e le piccole orecchie a cucchiaino. Melissa ha dato al tassista un indirizzo a Monkstown e io mi sono messa a guardare fuori dal finestrino. Alla radio una voce ha detto: ottanta… pop… classici. Poi è partito un jingle. Ero eccitata, pronta a raccogliere la sfida di una visita a casa di estranei, già impegnata a elaborare complimenti e certe espressioni del viso per apparire interessante.
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Incipit 
Era il tempo peggiore e il tempo peggiore. Di nuovo. Perché le cose a un certo punto questo fanno. Crollano. È sempre stato così e sempre lo sarà, è nella natura delle cose. Ed ecco, un uomo vecchissimo viene portato a riva dalla corrente. Sembra un pallone sgonfio con le cuciture allentate, una di quelle palle di cuoio con cui si giocava a calcio cent’anni fa. Il mare è agitato. Gli ha strappato la camicia di dosso; nudo come il giorno in cui sono nato, queste le parole che gli scorrono in testa, quella testa che l’uomo fa girare sul collo, sebbene gli faccia male. Meglio non muoverla, allora. Cos’è che ha in bocca, tritume? È sabbia, ce l’ha sotto la lingua, la sente, ne sente anche il rumore, quando i denti sfregano gli uni contro gli altri fa quel raschio, e canta la sua canzone sabbiosa: Sono fina, son copiosa, son la fine di ogni cosa, quando cadi su di me son silenziosa, al sole splendo, al vento mi spando, se affidi un messaggio a una bottiglia, e la bottiglia al mare, sappi che sono io a comporre il materiale, granelli su granelli difficile è il raccolto 
difficile è il raccolto
le parole della canzone svaniscono piano piano. È stanco.
La sabbia che ha in bocca e negli occhi sono gli ultimi granelli nel collo della clessidra.
Daniel Gluck, la tua fortuna è ormai agli sgoccioli.
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Incipit 
Era uno strano momento. Nel bar non c’era realtà; non c’era più nulla di solido; tutte le cose si confondevano l’una nell’altra. Il tempo si era fermato.
Sedeva da solo a un tavolo, e ascoltava la musica che proveniva da una scatola di plastica rossa, illuminata all’interno. Ricordava qualche brano per averlo ascoltato altrove. Ma non era più in grado di capire le parole. Mentre si ubriacava riusciva solo a fare delle vaghe associazioni, ascoltando la musica.
Il suo bicchiere di whisky, acqua e ghiaccio era traboccato e il piano del tavolo adesso era diventato interessante: isole, fiumi e dei laghi sparsi trasformavano quella superficie in un continente. Con un dito tracciava dei disegni sul tavolo di legno. Da un lago formò un cerchio; dal cerchio tracciò due fiumi; inondò e distrusse un’isola, creando un mare. C’erano tante cose che si potevano fare con il whisky e l’acqua su un tavolo. 
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Incipit
Un giorno, potrei dire esattamente quando, ricordo la data con precisione, un giorno mi trovo nella hall di un albergo, in una città di provincia, una hall che fa anche da bar, sono seduto su una poltrona e parlo con una giornalista, tra di noi un tavolino basso, rotondo, la giornalista mi sta intervistando sul mio romanzo appena uscito, Come finisce un amore, mi fa domande sulla separazione, sulla scrittura delle lettere, sull’esilio che risana oppure no, io rispondo, conosco le risposte alle domande, rispondo quasi sovrappensiero, le parole escono facilmente, in modo automatico, tanto che il mio sguardo segue la gente che attraversa la hall, il continuo andirivieni, invento vite a questa gente che va e che viene, provo a immaginare da dove arriva, dove sta andando, mi è sempre piaciuto farlo, inventare le vite di sconosciuti appena incrociati, interessarmi ai profili, è quasi una mania, credo di aver cominciato da bambino, sì proprio nella più tenera età, ora ricordo, mia madre si preoccupava, diceva: non mentirmi, smettila di raccontare bugie, diceva bugie invece di storie.
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Incipit 
Il metodo per preparare un cadavere in Missouri era proprio eccezionale. I nostri poveri soldati sembravano acchittati per le nozze, mica per la tomba. L’uniforme tutta spazzolata a petrolio, che bella cosí da vivi non l’avevano mai vista. La faccia sbarbata, come se il becchino non volesse vedere neanche l’ombra d’un pelo. Nessuno avrebbe riconosciuto il soldato Watchorn, perché i suoi famosi scopettoni erano spariti. Comunque la morte gli piace cambiarti i connotati. Certo le bare erano di legnaccio, ma il punto non era quello. Ne sollevavi una e il corpo dentro la infossava. Il legno in fabbrica lo tagliavano talmente fino che era un’ostia piú che una tavola. Ma i soldati morti non stanno a guardare certe cose. Il punto è che in fondo ci faceva piacere vederli rimessi così a nuovo.
Sto parlando del finale del mio primo impegno sotto le armi. Nel 1851, mi sa tanto. Siccome non ero piú un fiore, a diciassette anni m’ero arruolato volontario in Missouri. Se avevi braccia e gambe ti prendevano. C’era il caso che ti prendevano anche se ti mancava un occhio. In America la paga peggiore in assoluto era la paga dell’esercito. E davano da mangiare roba talmente strana che cacavi merda fetentissima. Ma eri contento d’avere un lavoro perché in America, se non guadagnavi quei due soldi, facevi la fame, e io la lezione l’avevo imparata. Insomma, ero stufo di fare la fame.
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Verbatim theatre/Teatro documentario

'Prefazione dell'autore' 
Il 26 giugno 2015, con l’epocale sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America nel caso Obergefell contro Hodges, le coppie gay e lesbiche hanno visto riconosciuto il loro diritto al matrimonio in tutti e cinquanta gli Stati dell’unione. Tuttavia, ciò non ha messo fine al dibattito. I diritti delle minoranze sono forti quanto la nostra determinazione a difenderli e, basta dare un’occhiata a una cartina geografica, per rendersi conto che molte Nazioni del mondo non trattano ancora i cittadini appartenenti alla comunità LGBTQ in modo equo. Mentre scrivo, l’Australia ha indetto un plebiscito popolare per stabilire se le famiglie gay meritino di godere delle stesse forme di tutele che spettano a quelle tradizionali. Purtroppo, ancora una volta, i diritti elementari di una minoranza sono subordinati a un voto a maggioranza all’interno di un sistema che non garantisce alcuna onestà. Ancora una volta, il dibattito è permeato dalle stesse argomentazioni ingannevoli che per generazioni siamo stati costretti ad ascoltare negli Stati Uniti mentre combattevamo la nostra personale battaglia, una battaglia intrapresa da molti per lungo tempo in quella che è stata la nostra crociata per la verità. 
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Raccolta di racconti 

Incipit del racconto "Per Adrián" di Sofía Olguín 
Adrián, amore mio, ricordi com'era il nostro appartamento quando ci eravamo appena trasferiti? Non avevamo neanche il letto matrimoniale. Fummo costretti ad attaccare i nostri tristi letti da scapoli e riempire il vuoto con i cuscini. Me ne ricordo e sorrido e provo anche tanta nostalgia. Com'eravamo giovani. Non ci importava di non avere il letto matrimoniale. Non avevamo bisogno di un letto che ci confermasse di essere una coppia. Andavamo a letto tardi, guardavamo la televisione o facevamo l'amore. E la mattina ci svegliava il sole, bruciandoci le palpebre e facendoci il solletico sul collo. Io mi svegliavo sempre per primo e restavo a fissarti. Non te l'ho mai detto. Dormivi con la bocca un po' aperta, con l'espressione rilassata. E quando cominciavi a risvegliarti arricciavi le sopracciglia, chiudevi la bocca e iniziavi ad aprire gli occhi. 
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