Let's talk about books

Recensione: "La mossa del principe" (Serie Captive Prince #2) di C. S. Pacat

recensione la mossa del principe serie captive prince c.s. pacat
Titolo: La mossa del principe 
Titolo originale: The Prince's Gambit 
Serie: Captive Prince #2 
Autrice: C.S. Pacat 
Trad.: Claudia Milani 
Casa Editrice: Triskell Edizioni 
Genere: Storico fantastico 
Pagg.: 285 
Data di uscita: 23 febbraio 2018 
Link per l'acquisto ebookTriskell - Amazon 
Link per l'acquisto cartaceoTriskell - Amazon 

Sinossi 
Con i loro due paesi sull'orlo di una guerra, Damen e il suo nuovo padrone, Laurent, dovranno lasciarsi alle spalle gli intrighi del palazzo e concentrarsi sulle più ampie forze del campo di battaglia mentre viaggiano verso il confine per scongiurare un complotto fatale.
Costretto a nascondere la sua identità, Damen si sente sempre più attratto dal pericoloso e carismatico Laurent, ma via via che la fiducia nascente tra i due uomini si approfondisce, le scomode verità del passato minacciano di infliggere il colpo mortale al delicato legame che ha cominciato a unirli… 

Recensione 
"Anche se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso. / Così saggio sei diventato, e così esperto: / avrai capito Itaca, che cosa vuol dire." Da quando ho finito di leggere "La Mossa del principe", secondo volume della serie Captive Prince di C.S. Pacat, continuo a recitare in silenzio i bellissimi versi di Costantino Kavafis. Delle sue metafore poetiche, un'Itaca indissolubilmente legata a Ulisse è forse quella a cui più sono affezionata: mentre il potere evocativo delle immagini dà risalto a una riflessione acuta sul senso della vita, l'intensità di sentimenti si accompagna a una risolutezza espressiva, a un'urgenza di andare conteggiata a passi e a cicli, da cui affiorano incontri e scontri, esplorazioni, rivelazioni e rinvenimenti, di sé e di un'identità in continuo divenire. Itaca, così, è un'indagine sulla terra del mito, una partenza e un approdo, un'avventura che ne racchiude molte altre. Quello di Ulisse, infatti, non è soltanto un viaggio, è principalmente un ritorno e, nello specifico, un ritorno in patria, luogo della memoria e degli affetti più cari. Venti sono gli anni di assenza, costellati di insidie e peripezie, terminati in una riapparizione irta di inganni, tranelli e contrarietà. Un lungo peregrinare in cui Ulisse dà prova di un'intelligenza lucida e pratica: l'eroe "dalle mille astuzie" e "pieno di risorse" supera gli ostacoli che incontra sul cammino e raggiunge il fine sperato. Perspicace e dotato di un'abilità intuitiva innata, Ulisse, con pazienza e non senza affanno, esce da se stesso e va verso un altrove ambiguo e misterioso e soprattutto verso gli altri. Apprende l'arte e il senso della misura, del controllo e della prudenza e, finalmente consapevole della propria dimensione più profonda, fa ritorno alle sue radici, là dove le sue azioni ricevono il nutrimento. 
Costantino Kavafis non solo rievoca Ulisse, ma compie anche un ulteriore passaggio: rivolgendosi direttamente al lettore, lo invita a intraprendere con gli occhi colmi di curiosità e desiderio quel viaggio che, fuor di metafora, è espressione della vita umana. Senza Itaca, senza cioè un luogo da cui partire, non esisterebbe la possibilità di allontanarsi da ciò che è familiare per andare incontro all'ignoto. Secondo Kavafis, condurre un'esistenza appagante significa scoprire realtà diverse, aprirsi all'esterno e crescere intimamente, perché solo dopo aver arricchito la sua esistenza di ricordi e di quanta più conoscenza possibile, l'uomo può tornare al punto di partenza, lì dove tutto ha avuto inizio. Il ritorno allora assume una nuova prospettiva ed equivale a un ripensamento sulla chiamata: le esperienze fatte lungo il cammino, belle o brutte che siano, hanno reso l'individuo più maturo, pronto a chiudere quel cerchio che gli ha permesso di zigzagare, di procedere per balzi e improvvisazioni sino a definire e a portare a compimento il suo destino. 
Con le debite proporzioni, il mito di Ulisse, la terra di Itaca e le parole di Costantino Kavafis mi ricordano Damen e la sua storia. La serie high fantasy Captive Prince infatti ruota intorno all'evoluzione psicologica di un personaggio — quello di Damen appunto — il cui percorso è scandito da tappe fondamentali e inevitabili. C.S. Pacat, abilissima nel ritrarre la figura di un eroe inconsapevolmente in attesa, recupera e rielabora espedienti narrativi che ricorrono nei miti dell'altro mondo — di un mondo cioè leggendario e fantastico — con l'intento non solo di intrattenere il lettore, ma di invitarlo anche alla partecipazione emotiva e all'immedesimazione. La mia avventura con l'autrice quindi somiglia un po' a un viaggio introspettivo, a quello stesso viaggio della coscienza intrapreso dal protagonista del racconto, raffigurato inizialmente come un principe — e futuro re — puro, entusiasta e leale, ignaro della propria sorte. 
Senza ombra di dubbio, e già a partire da Il Principe prigioniero (recensione qui), ho subito il fascino della spinta creativa di C.S. Pacat, della sua straordinaria e coinvolgente capacità di descrivere contenuti e ambientazione, con una scrittura nitida e all'apparenza immediata in cui lavora il lievito della sottrazione, della misura e dell'autocontrollo. Al contempo, i primi due volumi sono impregnati di una vena poetica inaspettata che non smorza mai la tensione e che rifugge dalla sdolcinatezza e dalla banalità del patetico. La magia però non abita solamente lo stile e la parola — che in Captive Prince assume infinite possibili sfumature —, essa opera e agisce soprattutto sul tema di fondo della serie, ovvero sullo scontro e sull'opposizione di vero e falso, essere e apparire. Il meccanismo della storia si muove sul piano dell'azione, sì, ma anche e soprattutto sulla presunzione di sapere e sul credere. Damen intraprende un percorso rivelatore, un cammino di conoscenza in grado di cambiare la sua realtà e tutto ciò in cui ha sempre creduto, un viaggio necessario, perché spezza un equilibrio illusorio e lo spinge a esplorare un mondo sconosciuto, esotico e avventuroso, da cui esce infine trasformato. 
Così, nelle vesti di futuro reggente di Akielos, Damianos è gentile, onesto e fiducioso, crede che ci sia del buono intorno a sé e di conseguenza non teme di aprirsi agli altri e al mondo circostante. Dal momento in cui è nato, infatti, è stato amato, protetto e accudito ed è stato trattato con riguardo e attenzione, come merita una persona di valore. Per ricambiare l'amore ricevuto, Damianos giura fedeltà agli insegnamenti del Re defunto suo padre, a ciò che rimane della sua famiglia, al suo popolo. La sua devozione è sacra e totale e non viene mai meno, perché, nelle vesti di futuro reggente di Akielos, Damianos è stato cresciuto in un paradiso terrestre incontaminato, nello splendore della propria terra ma anche nell'orrore della nazione di Vere: è stato abituato a difendere il proprio onore e a odiare quel regno che confina a sud con il proprio. 
Quando la vita, però, tradisce le aspettative e gli mostra dolore e crudeltà, quando la ferita è inferta da chi ha sostenuto di amarlo incondizionatamente, Damianos sperimenta l'abbandono e la solitudine. Costretto a spogliarsi dei suoi abiti di principe e a vestire quelli dello schiavo, cade, e la caduta rappresenta la sua personale e ineluttabile cacciata dall'Eden. A quel punto, tutto ciò che ha sempre considerato autentico e reale, rivela una natura illusoria e si ammanta di mistero. L'indicibile è ora di fronte a lui, così come la confusione e la tensione tra parola e pensiero, tra un nome e il suo contrario: Damianos ora è Damen. Ovvero, un uomo che ancora non sa di possedere uno stupefacente potere creativo — al di là dei suoi pregi e dei suoi difetti —, un uomo che ancora non sa distinguere la verità dalla finzione. 

C.S. Pacat si affida al linguaggio inteso come fabbro di miti per raccontare la storia di un individuo che, forzatamente separato dalla sua quiete, deve combattere contro nemici vicini e, allo stesso tempo, estranei mentre acquisisce la capacità di dominare i problemi, i conflitti e le contrapposizioni individuali e collettive. Damen deve imparare cioè a utilizzare la prudenza e la ragione per riconoscere e salvaguardare quello che di prezioso c'è nel mezzo dell'insincerità e del tormento. E per farlo, ha bisogno di affondare la sua spada di guerriero nel letame, di scendere a patti con il proprio desiderio di vendetta, con l'ira, con il dolore rimanendo totalmente immerso nel presente, nell'idea di una fortuna rovesciata. Anche quando — prigioniero e schiavo — torna con la memoria alla patria lontana, o quando si strugge per l'assenza del padre, o quando avverte la malinconia raddensarsi in un sogno ormai irrealizzabile e vano, perché nel paradiso perduto non è concesso di ritornare.
Dal senso profondo dell'impresa che Damen si appresta a compiere, affiora un intreccio solido, compatto, concentratissimo su cui l'autrice non indugia mai, scartando il superfluo e mirando all'essenziale, al cuore nascosto di cose e persone, accessibile solo grazie ai segni e ai simboli.  
Nel primo volume Damen è rinchiuso nel palazzo reale di Arles, capitale di Vere, in una costruzione che non rievoca solamente modelli letterari ormai cristallizzati nel tempo, ma che rappresenta, anche, un labirinto vero e proprio composto di sale sigillate, di intricatissimi corridoi senza un'apparente via d'uscita, di meandri oscuri e spaventosi che sembrano annunciare imbrogli, cospirazioni o una catastrofe imminente. Quello spazio decadente e claustrofobico diventa il luogo di una geografia interiore: è Damen a essere vittima di una congiura, a sentirsi schiacciato, soffocato e impotente. Eppure, è il palazzo di Arles a offrirgli la chiave per iniziare il suo viaggio: è in quella corte principesca — sede di un potere articolato e instabile — che Damen conosce Laurent, il suo giovane e odioso padrone nonché futuro re di Vere, anti-eroe e antagonista per eccellenza. 
A prima vista, si potrebbe pensare che il sistema dei personaggi della serie Captive Prince non presenti grosse complicazioni.  Alla rigida abnegazione del protagonista corrisponde l'egoismo del suo avversario; alla fermezza, al valore e alla lealtà dello schiavo akielonese, l'incoerenza, l'impudenza e la scorrettezza del principe veriano; alla pietà e alla comprensione di Damen, la freddezza, l'intransigenza e la spietatezza di Laurent. Il contrasto è netto ma indispensabile, ed è uno dei punti di forza della storia, poiché costituisce la rete semantica su cui si fonda la crescita e il cambiamento di Damen. 
Alla fine del primo libro, infatti, Damen e Laurent sono costretti dalle circostanze ad agire. La loro in realtà è una decisione maturata in un momento di profonda debolezza che tinge di imprevedibilità e fascino il loro rapporto e rende impetuoso il racconto, caricato di una suspense e di una tensione esplosive. 
La fame di potere e gli appetiti politici sono la nota dominante de La Mossa del principe, attraversano la narrazione tramite descrizioni e dialoghi dagli esiti brillanti e felici mentre il linguaggio diventa portatore di morte o di rinascita, di perdita, di silenzi e di conquiste, di humor e di piacere. 
Nonostante tra di loro il gioco delle menzogne non si sia ancora esaurito — il passato è un'insidia che si sovrappone costantemente al presente —, Damen e Laurent stringono un'alleanza inattesa contro il Reggente (una presenza, questa, invisibile e ingombrante lungo tutto l'arco cronologico del secondo volume; una figura capace di costruire una ragnatela complessa di cospirazioni allo scopo di mantenere un ruolo politico che non gli è mai spettato di diritto; un'invincibile serpe in seno, un cancro che divora dal suo interno la corte di Vere). Il Reggente, quindi, li spinge a fuggire verso il confine e a vagare tra spazi aperti e chiusi. Affrontando paure e prove sempre più dure e difficili, pericoli e nemici sempre più alti e temibili, su di un terreno già battuto o a volte inesplorato, Damen e Laurent rischiano, imparano, si mettono alla prova e iniziano finalmente a conoscersi. Riassaporare il gusto della libertà dona un respiro più ampio anche alla loro relazione, che muta e scandisce il ritmo di una narrazione fortemente costruita e labirintica ma mai artificiosa. 
Essendo i primi due volumi focalizzati sul suo punto di vista, Damen ha bisogno di più tempo per comprendere e assimilare gli avvenimenti di cui è partecipe, ed è attraverso di lui che noi viviamo le esperienze di maggior impatto emotivo, ed è grazie a lui che noi entriamo in intimità con Laurent. Ciò che più destabilizza, affascina e trascina nella lettura della serie di C.S. Pacat è il contrasto tra quello che percepisce Damen e quello che lentamente e inesorabilmente apprende il lettore su di un personaggio che di amabile ha ben poco ma che si finisce comunque per amare. Laurent è dapprima, anche secondo la voce narrante, infido, crudele e malvagio, uno spietato manipolatore dalla lingua lunga e tagliante — a dirla tutta, un soggetto poco raccomandabile — e, di contro, un giovane uomo che è cresciuto da solo, perché ha perso tutto. In La Mossa del principe la prospettiva si rinnova, e la vicinanza, la comunione d'intenti, la necessità di fare fronte comune contro un nemico in apparenza irraggiungibile avvicinano, Damen e Laurent, a una resa, alla confessione di quelle ragioni segrete che li hanno spinti ad agire o a decidere di agire. Allo stesso modo, la volontà di annullare le distanze durante i preparativi per la guerra, la risolutezza nel mettere in scacco definitivo le reciproche dinamiche di potere-controllo-sottomissione e la tenacia nel rafforzare le loro profonde affinità mentre ridono delle stesse cose, danno forma al desiderio, sebbene il desiderio contrasti la verità. I due allora appaiono carismatici, magnetici, appassionanti, coinvolgenti e: che vividezza, che complessità, che intensità!
Mentre intorno a loro si consumano tradimenti feroci che puntano direttamente a uomini leali e devoti, mentre il vero si mescola con la menzogna e il Reggente estende il suo sinistro potere, sempre più inquietante e totalitario, sino ai confini del regno, Damen cresce, cambia, matura, scruta il senso e saggia la coerenza delle parole di Laurent, delle sue confidenze, dei suoi gesti. In tal modo scopre che dietro quel giovane bellissimo dai capelli biondi e dall'aspetto gelido, castigato e letale, dietro quel futuro re razionale, riflessivo, guardingo e diffidente si nasconde un uomo dalle mille risorse, dalle innumerevoli astuzie, dall'animo tormentato e tremendamente sensibile che ha dovuto lottare con tutto se stesso per sopravvivere. Damen allora decide di sedurlo con dolcezza e tenera sensualità, con una generosità commovente che si traduce in una passione viva eppure rispettosa dei limiti e di uno spazio sacro e inviolabile: solo così Laurent potrà fidarsi e affidarsi, solo così potrà lasciarsi andare, cedere, capitolare e arrendersi. Damen impara a tradire un re, un padre, un regno per amare un uomo. 

La bellezza dell'esordio narrativo di C.S. Pacat sta nell'aver costruito una storia avventurosa di facile lettura e di impatto immediato intrecciata, con una buona dose di coraggio, a diversi piani di interpretazione abilmente criptati e stratificati. La singolarità del suo esordio sta nell'aver inserito all'interno di una cornice epica e fantastica personaggi realistici in grado di evolvere con vivezza e credibilità, legittimando i sentimenti e il sesso laddove i sentimenti e il sesso rappresentano di per sé un problema (sì, persino dentro i parametri della narrativa popolare). L'incanto del suo esordio sta nell'aver assegnato un tono di profondità al racconto, nell'aver saputo avvinghiare il lettore, nell'aver risvegliato emozioni inconsce ribadendo che la creatività è un mezzo potentissimo, una voce autentica e pura in cui, si sa, la menzogna accompagna la verità e l'oscurità accompagna la luce. Esattamente come la follia insegue la saggezza, l'odio insegue l'amore, e il corpo insegue, senza stancarsi mai, la sua ombra: 
Per ottenere ciò che vuoi, devi sapere esattamente cosa sei disposto a cedere. E mai lui aveva desiderato qualcosa con tanta intensità e poi l’aveva tenuta in mano sapendo che il giorno successivo sarebbe scomparsa, ceduta in cambio delle alte scogliere di Ios, di un avvenire incerto dall'altra parte del confine e della possibilità di affrontare suo fratello per esigere risposte a quelle domande che ormai non sembravano più tanto importanti. Un regno, o quello.

2 commenti:

  1. Grazie per l'interessantissima recensione stavo cercando un romanzo storico che fosseanche introspettivo e mi sembra proprio di averlo trovato...grazie mille

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grande, Silvia <3 È davvero una serie imperdibile! E grazie! ^_^

      Elimina

My Instagram