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mercoledì 8 febbraio 2017

"Un eroe per San Valentino" - Una novella da "Hurt" di Grazia Di Salvo

Si prospettava essere un disastro.
Non fraintendetemi, era iniziata nel migliore dei modi, almeno in apparenza. Ero stato a casa dei Promessi Sposi il giorno prima e sembravano passarsela bene. Tutti pucci pucci, gne gne, per fortuna niente decorazioni altrimenti un diabete acuto allo stadio terminale non me l’avrebbe levato nessuno, e sono troppo giovane e sexy per morire.
Joey continuava a dirmi di quanto fosse in ansia per la serata di San Valentino al locale, perché quest’anno l’aveva organizzata lui e solo Dio sa quanto Joey possa essere petulante e perfezionista quando si tratta delle sue cose e della sua arte. Che, tra parentesi, alla fine esce sempre tutto bene. Apre bocca e puff, scintillii e orgasmi come se fosse la fine del mondo. Che non chiedetemi cosa c’entri, non lo so, tanto si parla di Joey.
Dante… Beh, Dante lo guardava come al solito, con la sua aria placida e strafottente e i cuoricini negli occhi, un’unione perfetta e stramba allo stesso tempo, per come la vedo io. Ogni tanto mi concedo di pensare che sia dolce, poi spara qualche frecciata e crolla tutta l’aura rosa che mi dà speranza nell’umanità. E non lo dico perché loro erano la coppia perfetta e io ero ancora il Grinch di San Valentino, single che neanche a pregare tutti gli dei dell’Olimpo avrei ricevuto il miracolo di non sentirmi inadeguato solo perché il mio ex voleva tanto tanto tanto che io assistessi alla sua serata magica al Palo per coppie felici.
Ogni tanto mi chiedo se io sia troppo buono. Poi ripiego nel masochismo. Magari frequento i locali sbagliati e dovrei iniziare a vestirmi con abiti di pelle tutti attillati e collarini.
Okay, okay, non divago.
Il punto è che persino Dante – persino D.A.N.T.E. – mi era parso vagamente adorabile quella sera, aveva cucinato un pollo e patate fenomenale e aveva anche riso a una mia stupidissima battuta sui pesci e le sedie. Era tutto perfetto.
E poi non lo so che è successo. L’Apocalisse, la luna piena, i Maya. Sta di fatto che il giorno dopo erano tutti fuori di testa, Joey inveiva contro la stupida idea di aver accettato un coinquilino che gli aveva causato due traumi cranici in un mese e Dante che non voleva saperne di parlare. Non che parlasse con me, ovviamente, vi riferisco quel che aveva detto Joey.
In quanto a me, io me ne stavo davanti al mio cappuccino con panna e nutella ad ascoltare la storia sconclusionata di Joey riguardo a quella mattina, mezzo assonnato e non propriamente nelle condizioni di riflettere e sopportare la sua diva interiore.
«E poi ha detto che ero fissato e che dovevo smetterla di dire cose insensate, che sono uno struzzo!»
«Uno struzzo?» Neanche Dante mi pareva il tipo da uscirsene con certe cose. Era fantasioso negli insulti, dovevo concederglielo, ma fantasioso di serie A, lo struzzo apparteneva almeno alla serie C.
«Forse ha detto più qualcosa come “non fare quella voce da stronzo e calmati,” ma comunque…» Joey emise un urletto e si accasciò sul tavolino. Vidi la cameriera sobbalzare e guardarlo, così mi sbrigai a farle un cenno e sorriderle. Non si preoccupi, tutto regolare, è fuori di testa di suo.
«Okay, cerchiamo di calmarci un attimo.»
«Anche tu?»
Gesù. Devo ponderare ogni parola? Siamo già a quello stadio? «Senti, Joey, capisco che tu sia agitato per stasera, ma devi pensare lucidamente. È un fraintendimento su uno stupido microonde.»
«No, Alex, è lui che non fa caso alle mie cose e mi rovina la serata!»
Sospirai. «Non puoi aspettarti che stia attento alla tua super colazione scaramantica pre-San-Valentino se è il vostro primo San Valentino insieme. Cosa ne poteva sapere?»
«Ma…» Non c’era nulla da ribattere perché avevo ragione, quindi Joey optò per il silenzio e un altro sorso di tè. Io sospirai e scossi il capo.
Era una bella giornata, almeno per il momento. Il freddo ci aveva dato tregua e qualche raggio di sole arrivava fino all’Arno, che potevamo intravedere dalla vetrina del piccolo bar in via de’ Bardi in cui ci eravamo incontrati.
«Tanto non ha senso in ogni caso, non verrà.» La voce di Joey era sconfitta e triste, i suoi occhi nocciola luccicavano d’oro a causa del velo umido in essi. Era così tenero, a volte.
«Ora, non dire così…» Mi allungai per prendergli una mano, riposata sul tavolino. «Dante non è stupido, non si perderà un’esibizione del suo cantante sexy preferito per una discussione sul microonde.»
«No, è…» Joey sospirò e ficcò di nuovo il capo tra le braccia, ma non lasciò andare la mia mano. «Lavora, non può venire.»
«Ah.»
Dante si era trovato un lavoro appena tornato a Firenze. Un lavoretto tranquillo in un locale dall’altra parte della città, un piano bar in cui faceva il cameriere e, a volte, suonava. Sembrava piacergli: ogni tanto Joey era riuscito a trascinarmici per andare a trovarlo – e sentirlo – e, cavolo, dovevo ammettere che era bravo. Bravo davvero. Lui e Joey erano un’accoppiata perfetta, nonostante mi seccasse dirlo. Li accomunava la stessa passione travolgente per la musica, ed entrambi erano capaci di trasmetterla a chiunque li sentisse.
«Avanti, dillo.» Joey mi guardava attraverso il ciuffo di capelli biondi e le braccia appoggiate al tavolino. Io gli feci un sorriso dolce.
«Cosa vuoi sentirti dire?»
«Non è una cosa che voglio sentirmi dire, è una cosa che mi dirai.»
Io ridacchiai. A volte era davvero troppo tenero, mi ricordava il perché fossi subito caduto vittima del suo fascino tempo prima. «Pensi che voglia tanto bene al tuo ragazzo da sentire il bisogno di difenderlo e dirti che, forse, è importante per lui – e per voi – guadagnarsi quei sessanta euro stasera? Nah, Joey, non sono proprio il tipo.»
«Stronzo.»
«Per aver detto la verità?»
«Volevo che sentisse la canzone che gli avrei dedicato.» Joey tirò su le spalle e divenne più piccolo di quanto sembrava.
«Lo so, ma potrai cantargliela a casa.» Cercai di mantenere la voce più dolce che potevo. «Dai, non abbatterti, Gioia.»
Lui non rispose, ma la sua mano strinse impercettibilmente la mia e, improvvisamente, renderlo felice divenne il mio obiettivo. Un po’ come il Grinch, beh, almeno quello di fine film. Insomma, avrei fatto il folletto scontroso che, per una volta, avrebbe reso San Valentino un giorno speciale.

***

Quindi la prima tappa fu trovare Dante.
Ora, se li conoscete un po’ sapete quanto sia difficile una cosa del genere. Insomma, Dante Lupo, lo sfuggente, che riesce a perdersi a Firenze anche se ci vive da più di un anno.
E che non è mai in casa. Mai.
Io non avevo di certo mai sentito il bisogno di avere il suo numero, ovviamente – perché avrei dovuto? Scherzi telefonici? Non avevo tempo per cazzate del genere – e Boris non ce l’aveva perché… beh, perché era Boris. Insomma, faticai un po’ a cercarlo. Ma sapete come vanno queste cose, no? Quando non lo cerchi più…
Avevo meno di dieci ore per recuperare un uomo di cui non sapevo praticamente nulla. Non avevo nemmeno idea di che orario facesse a lavoro, però una pausa pranzo la facevano tutti, no? Ed era ora di pranzo.
Mi aggirai prima di tutto nel loro quartiere, nei parchi, mi feci il Lungarno e cercai nei dintorni del Palo – non si sa mai, confidavo ancora nel buonsenso… okay, nell’affetto che provava per Joey – ma nulla.
Però mi venne l’illuminazione proprio lì, perché ero un genio.
C’erano alcuni ragazzi della band che stavano caricando gli strumenti nel locale. Un paio di loro – di cui non ricordavo il nome, col cavolo che sono bravo in queste cose – mi salutò, così mi avvicinai per indagare sul mistero della sparizione del Lupo. Tanto Joey non si vedeva, e dubitavo che avrebbe deciso di farsi vivo prima delle sei.
«Il numero di Dan? Ce l’ho io. A che ti serve?»
Dio, avrei potuto baciarlo lì, davanti a tutti, a costo di beccarmi un pugno. Mi serviva il numero, però, così stetti fermo.
Il mio salvatore era un ragazzo con cui avevo parlato sì e no due volte al tempo in cui stavo con Joey, ma che ricordavo essere un musicista. Forse suonava il basso o le tastiere. Anche carino, ma decisamente etero.
Lo presi in disparte e spiegai il mio piano malefico per la riconquista della DanxJoey. Come un eroe delle serie tv, esatto.
«Forse dovresti lasciare stare… Alessandro, giusto?»
«Sì.» Lui aveva una memoria migliore della mia.
«Eh, se non ricordo male Dan non ha un’opinione… uhm… propriamente elevata di te.»
Stronzo testa di cazzo. Risi. «Ma no! Andiamo d’accordo, gli voglio un gran bene!» L’altro non sembrava molto convinto, forse era stato il velo di sarcasmo nella mia voce o il tremore nella parola “bene”. Magari la faccia che sembrava quella di un bambino in procinto di vomitare appena sceso dalle montagne russe, mista a quella di un cammello in sovrappeso.
Sospirai. «Senti, Claudio.»
«Samuele.»
«…Samuele, giusto. C’ero quasi. Comunque… la cosa importante è che io e te vogliamo che Joey sia felice, e per essere felice e cantare come un usignolo su quel palco ho bisogno di Dante. Quindi dobbiamo trovarlo.»
«Dobbiamo?» Samuele era scettico.
«Devo, ma tu sei l’unico che può aiutarmi.»
«Non so se sia giusto darti il numero di un’altra persona, soprattutto se so che lui ti odia.»
Emisi un gemito frustrato. «Ma non mi odia, scherza!» L’altro assottigliò gli occhi e incrociò le braccia al petto. Un altro gemito, al pari di un moccioso che sta cercando di convincere il paparino a farlo andare sull’ottovolante. Sempre lo stesso bimbo che ci ha vomitato prima, ovviamente. «Chiamalo tu, fai come vuoi ma ho bisogno di parlargli!»
«Perché dovrei sbattermi per te? Dante dice che sei uno stronzo e che cerchi sempre di dividerli perché sei geloso.»
«Cosa? Ma Dante è una testa di ca…» Ingoiai l’insulto e feci un bel respiro. Mi stava passando la voglia di aiutarli, ma pensai a Joey e al suo sguardo sconfitto. Dovevo proprio beccare il suo amicone? «Senti, Salvatore…»
«Samuele.»
«Samuele, caro Samuele. Forse mi sono comportato male con Dante, lo ammetto, e forse l’ho valutato un po’ troppo presto. È un bravo ragazzo, rende Joey felice e ci tiene, quindi… per favore. Ho solo bisogno di parlargli, perché non posso lasciare che uno dei miei migliori amici passi un San Valentino peggiore di quelli che passo io di solito. L’anno scorso era distrutto, quest’anno sarà diverso. Deve essere diverso. Ti prego.»
Samuele mi fissava con aria sospettosa, in silenzio, e io fui quasi sul punto di tentare il tutto per tutto, non so, rubargli il cellulare, rapire lui, gridare “al ladro!” e dar di matto. Ero disposto a tutto. Ma, per grazia divina, non ce ne fu bisogno.
«Okay, può andare, ti ascolto.»
La voce che aveva parlato non era di Samuele e, per la prima volta, non fu nemmeno tanto fastidiosa quanto lo era normalmente. Anzi, vi dirò, se non fossi stato sicuro che avrebbe chiamato l’ospedale, sezione psichiatria intensiva, gli sarei saltato al collo e l’avrei baciato per la felicità.
Dante se ne stava lì, appoggiato al muro dietro di noi, con un sorrisetto compiaciuto sulle labbra e le braccia incrociate, soliti vestiti trasandati che gli donavano un aspetto affascinante e i capelli più lunghi di quanto non fossero stati un anno prima, quando era tornato a Firenze.
«Sia lodato Gesù Cristo.» Ignorai totalmente il povero Simone – Samuele, giusto – e mi avvicinai a Dante, mentre lui faceva un cenno verso l’amico e sentivo una porta sbattere dietro di noi. Uh, forse l’avevo irritato. Beh, non importava.
«Aspetta a dirlo, prima fammi capire cosa vuoi.»
Io ero un po’ nervoso, non mi ero mai trovato nelle condizioni di dover supplicare proprio Dante, di trattarlo bene. «Non è quello che vogliamo tutti? La felicità di Joey. Cioè tu.»
«Non sei il mio tipo,» rispose, acido.
«E tu non sei il mio, nemmeno se fossi l’ultima persona sulla faccia della terra, ma ho bisogno di te. Qualsiasi cosa sia successa ieri sera, dovete mettere a posto le cose.»
Dante alzò gli occhi al cielo e si staccò dal muro. «Senti, sono a posto, non devi preoccuparti. Io e Joey sappiamo sbrigarcela da soli.»
«Dante, lo so che per te sono uno stronzo e l’ultima persona che vorresti incontrare, ma sono io quello che era con Joey stamattina e credimi se mi sembra lecito che…»
«Okay, okay, taglia.» Dante alzò gli occhi al cielo e si guardò intorno, poi mi guidò verso alcune stradine interne. Sospettavo volesse arrivare da qualche parte, ma dato il suo senso d’orientamento avremmo semplicemente continuato a camminare. «Cosa ti ha detto lui?»
«Mi ha fatto intendere che c’è rimasto male per il fatto che lavori stasera.»
Le labbra di Dante si piegarono in una smorfia lieve, ma lui annuì. «Già. Solo questo?»
«Questo è l’importante, credo che la colazione scaramantica fosse solo una scusa.»
Dante gemette appena. «Quella stupida banana.»
«Non farci caso, una volta io ho osato buttare la pizza che aveva lasciato al caldo il giorno prima. Credo non mi abbia parlato per una settimana perché, secondo lui, era colpa mia se aveva stonato al locale quella sera.»
Dante abbozzò una risata. Wow. Iniziava a diventare una situazione decisamente strana se riuscivo a farlo ridere. «Quindi, era ancora giù?»
Io lo guardai scettico. «Se credi che gli passi soltanto perché siete stati separati per qualche ora, ti sbagli.» Poi lo analizzai per qualche secondo e aggiunsi: «E lo sai.»
«Sì, lo so.» Dante si passò una mano tra i capelli. «Non so come prenderla. Non posso rimediare perché devo davvero lavorare stasera, quindi speravo… non lo so, che gli passasse e basta. Portarlo a cena da qualche parte una di queste sere, magari, qualcosa di carino per lui. Stasera non posso proprio.»
Feci una smorfia. «A lui importa che sia stasera. L’anno scorso ci siamo ubriacati e continuava a ripetere che gli mancavi e che la vita faceva schifo, che San Valentino era una festa del cazzo.» Dante strinse gli occhi. «Il che è vero, ma di solito gli piace. Sai com’è fatto, gli piace fare regali, trova sempre una scusa per farlo.»
«Sì.» Oh Dio, il sorriso che fece fu una cosa stucchevole e dolcissima, che fece fare “awww!” al mio coniglietto interiore. Non chiedete, non vi parlerò del tenero coniglietto che vive nel mio petto. «Non so proprio cosa farci, però. Abbiamo la serata a tema anche al bar, vogliono che resti. Di solito per mezzanotte chiudono, ma si aspettano che pulisca e lavi i piatti perché non possono permettersi una mano in più. Per la mole di gente che si prospetta esserci, uscirei per un’ora indecente e arriverei al Palo a spettacolo finito.»
«Mh.» Ci pensai su. Quindi il problema era finire tutto il lavoro in tempo.
C’era il diavoletto sulla mia spalla che urlava: “Girati e vattene, presto! Non permettere ai tuoi stupidi neuroni di formulare una di quelle idee terribili che ci portano al collasso! Masochista!”; e l’angioletto – che era praticamente un Nick Bateman in versione più sexy del normale – che sussurrava, suadente: “Ma no, Alex, non puoi andartene, hai l’occasione di fare una cosa bellissima per il tuo miglior amico! Non c’è niente di meglio che fare cose belle e dolci, a parte ricevere un pompino da me. E potrei farlo, nei tuoi sogni, se tu aiutassi il povero Dante!”.
E nulla, credo che alla parola “pompino” sia andato in banana anche il diavoletto sull’altra spalla, perché indovinate un po’ a chi decisi di dare ascolto?

***

Finimmo di lavorare a mezzanotte e trentaquattro. Dante aveva ragione: da solo non ce l’avrebbe mai fatta se non alle due passate, e per arrivare al Palo da quel locale assurdo ci voleva almeno un’ora, soprattutto per uno come Dante che non aveva un mezzo di trasporto e non aveva nemmeno un senso d’orientamento.
Io, invece, ero automunito, così ci ficcammo in macchina appena potemmo e io guidai per le strade terribili di Firenze, litigando con un traffico che non avrei voluto trovare a quell’ora di notte come se ne fosse andata della mia stessa vita. Che un po’ era così, visto che per aiutare Dante mi ero perso l’inizio della serata e sicuramente Joey era incazzato nero.
Durante il pomeriggio avevo trascinato Alex da Tiger e in tutti quegli altri negozietti del centro che vendevano stronzate per San Valentino. Avevamo organizzato un regalo con i fiocchi da dare a Joey fatto di cioccolatini e peluche, visto che a lui piacevano tanto. Eravamo passati anche a prendere una tisana speciale con vaniglia, cioccolato e noci che al mio amico sarebbe piaciuta di sicuro.
E okay, lo ammetto, tanto lo state aspettando tutti. Dante non era così male come credevo che fosse. Ci eravamo ritrovati a parlare di tante cose: di Joey, di musica, di letteratura e persino ingegneria. Era la prima volta che parlavo di matematica con qualcuno e mi divertivo. Insomma, saremmo persino andati d’accordo, come amici.
Poi l’avevo accompagnato a lavoro e avevo quasi supplicato il suo datore di lavoro di farmi rimanere lì a lavorare gratis per la serata. Dico quasi perché oggigiorno chi si fa scappare l’occasione di avere un paio di mani in più gratis? Non ebbi troppi problemi, in pratica, e mi guadagnai anche qualche mancia.
«Okay, un quarto all’una. Aveva esibizioni fino alle due, vero?»
«Sì,» rispose Dante. Si stava passando una salvietta umida sul viso mentre si guardava allo specchietto, così da darsi una sistemata. Prima di uscire si era cambiato almeno la camicia che usava per lavorare, e adesso era tornato al suo solito aspetto trasandato, maglietta e felpa. Sembrava nervoso. «Facciamo in tempo?»
«Sì, dovremmo farcela per l’una.» Se l’auto reggeva, perché era la vecchia Panda dei miei e non era inusuale vederla fermarsi in mezzo alla strada. Solitamente avvertiva prima, ma poteva farcela.
Confido in te, Pandina!
La Panda sembrò rispondermi con un rombo singhiozzato, che pareva il suo tentativo di dirmi “Sì, andiamo!” oppure “No, col cavolo!” o ancora “Quando si mangia?”. Poteva essere varie cose, visto che anche la spia della benzina sembrava luccicare in modo strano.
Poi, dopo qualche altro minuto di quiete, fece questo strano rumore che ricordava quello che faceva poco prima di spegnersi, e che mi costrinsi a ignorare. C’eravamo quasi, mancava il ponte e qualche svolta, poi il parcheggio.
E Pandina rallentò. «No stronza, no!» E Pandina si fermò.
«Che succede?»
«Fa la stronza!» Diedi gas, girai ancora la chiave. Niente, a parte il terribile lamento di Pandina che urlava di dolore. «Dai, dai, dai…»
«Hai finito la benzina?»
«L’ho messa stamattina, è che ogni tanto fa questa cosa, come se non la vedesse, non lo so. È vecchia, non ci ho mai capito niente…» Di nuovo provai a riaccenderla, ma non si mosse. «Dai…» Qualcuno dietro di me suonò, poi mi sorpassò.
«Forse conviene spostarla lì a lato.»
«No, può farcela.» Ancora girai la chiave, ancora si lamentò. Litigai così per altre tre volte, prima che Dante decidesse di scendere dalla macchina.
«Gira il volante, la spostiamo lì a lato.»
«Dante non…» Ma Dante non mi ascoltò nemmeno e si mise dietro la macchina per iniziare a spingere. Io non mi ero mai sentito tanto in colpa in vita mia.
Riuscimmo a spostarla via dalla strada, poi io scesi e aprii il cofano per capire cosa fosse successo. Non che ci capissi molto, ricordavo a stento le lezioni e c’era una confusione di ingegneria e macchine nella mia testa che avrei preferito gettarmi nell’Arno radioattivo.
«Non c’è qualcuno che possiamo chiamare?»
«A quest’ora?» Scossi il capo, poi sospirai e lo guardai. Pensavo che mi sarei trovato davanti una smorfia di fastidio, magari quegli occhi sarcastici pronti al “te l’avevo detto” e ad altri insulti, ma Dante si stava dimostrando paziente e inaspettatamente gentile. Oh, quanto odiavo dovermi ricredere su qualcuno. «Dante, ti conviene andare. A piedi ci vorranno dieci minuti, arriveresti in tempo almeno per il finale.»
«Non posso lasciarti qui da solo.» Ed era serio, davvero non voleva farmi un torto simile. Quella mattina ci odiavamo, adesso non voleva lasciarmi solo a compatire la povera Pandina che cercava conforto tra le braccia della morte.
«Sì che puoi, il tuo ragazzo ti sta aspettando e non vede l’ora di cantarti la sua canzone per poi scopare nei bagni del locale, nei vicoli, sul pianerottolo di casa vostra, in salotto e poi tre volte in camera da letto.»
Dante ridacchiò. «Non sa nemmeno che vado.»
«Eh, si chiamano sorprese. Sbrigati.» L’altro mi rivolse un ultimo sguardo indeciso e triste. «Dai, prima che mi ricreda e pensi che tu sia una brava persona!» Riuscii a strappargli un sorriso.
«Grazie. Di… di tutto.» Sembrava imbarazzato mentre prendeva la busta con i regali in macchina e si fermava davanti a me, indeciso su cosa fare. Cosa voleva, un abbraccio? Oddio, era davvero troppo per una notte.
«Forza. Poi mi raccontate com’è andata.»
«Ti chiam… Oh. Non ho ancora il tuo numero.»
Mi strinsi nelle spalle. «Chiederò a Daniele.»
«Samuele.»
«Samuele, sì.»
Dante rise, poi mi diede una pacca sulla spalla e, per fortuna, si fermò a quella. Si girò e si avviò costeggiando il Lungarno, poi tornò indietro quando lo chiamai per indicargli la strada giusta per arrivare al locale. Rimasi a guardarlo mentre si affrettava lungo il ponte e spariva nel buio della notte.
Bravo, hai fatto una buona azione!” diceva Angel-Bateman sulla mia spalla. Forzai un sorriso e mi sedetti sul marciapiede. Sì, avevo fatto una buona azione ma ero ancora a piedi, con la Pandina bloccata e senza sapere cosa fare. Sospirai e mi presi la testa tra le mani.
Forse avrei dovuto chiamare Zoe o Boris. Magari avrei potuto lasciare la macchina lì e tornare a casa, per riprenderla il giorno dopo. Sì, era proprio il caso di farlo. Non che avessi altra scelta, stupida Pandina traditrice.

«Uhm… Tutto bene?»
Quando alzai lo sguardo, un ragazzo mi stava guardando, accanto a me. Un gran bel ragazzo, tanto che pensai che fosse troppo cliché e irreale per essere vero. Forse stavo iniziando ad avere allucinazioni, forse era il mio Angel-Bateman che si materializzava per farmi un pompino. Il che significava che mi ero addormentato sul marciapiede, oppure ero svenuto, o ancora ero morto. Non che mi lamentassi, se il paradiso aveva quel volto e quegli occhi.
«Ah… Sì è… si è fermata Pandina.» Visto che l’altro sollevò le sopracciglia e abbozzò un sorriso divertito, mi costrinsi ad aggiungere: «La macchina. Si è fermata la macchina.» Forse arrossii un po’, perché avevo le guance calde. Eppure faceva anche freddino.
«Ho notato. Ti serve una mano?»
Sì. Sì, sì, sì, dammi una mano, dammi la bocca, dammi tutto quello che vuoi. «Ahmn… Sì, forse sì.» Notai che si appoggiava a un motorino, che doveva essere il suo perché estrasse le chiavi dalla serratura e se le mise in tasca mentre mi porgeva una mano per farmi alzare. Io la accettai e mi tirai su. Era calda. Era virile. Era perfetta.
L’uccello mi sussultò nei pantaloni.
«Avevo una macchina simile qualche anno fa, poi mi ha abbandonato.» Spiegò il ragazzo. Alto circa quanto me, un bel portamento, un bel culo. Non che gliel’abbia guardato, figuriamoci. Per chi mi avete preso?
«Ahh sì? Eh.» Io sembravo incapace di dire qualcosa di sensato. «Eh, credo lo stia facendo anche lei.»
«Ci sono un paio di trucchi per farla ripartire.» Bel Culo mi fece l’occhiolino, poi si chinò sul motore. «O, se proprio ci ha abbandonati, al massimo puoi lasciarla qui e tornare a casa.»
«Sì, ci stavo pensando.» Lo osservai maneggiare per un po’ con il motore e gli aggeggi, poi entrò in macchina e provò ad accenderla. Quella sembrò rispondere per qualche secondo, prima di spegnersi miseramente. Il gemito era diventato un lamento stanco, un rantolo che suonava come “amen”. Bateman n.2 uscì da lì e mi rivolse uno sguardo, in difficoltà.
«Mi sa che ti conviene tornare domani con un meccanico. O con il carro attrezzi per la rottamazione.»
Sospirai. «Buon San Valentino, Alessandro.»
Un angolo delle sue labbra si alzò. «Mi dispiace. Immagino che ti sia andata come a me.»
«Se hai passato la giornata ad aiutare i tuoi amici a rimettersi insieme invece di pensare a trovarti un ragazzo con cui passare un pomeriggio decente, allora sì.» Poi credo che arrossii, perché il fattore “ciao, sono gay, prendimi” mi era proprio sfuggito dalle labbra. Lui sembrò sorprendersi per un attimo, ma poi il suo sorriso si fece anche più caldo.
«Non proprio, ma non è stata una gran giornata.» Poi mi porse una mano. «Nicola.»
Io la strinsi forse con più enfasi del necessario. «Alessandro.»
«Se ti va, c’è una gelateria ancora aperta qui vicino. Possiamo prendere un gelato insieme e concludere la serata con una chiacchierata piacevole, se non altro.» I suoi occhi brillarono per un secondo e io pensai che, sì, dovevo essere decisamente morto, perché una tale fortuna non l’avevo mai avuta nemmeno quando ero piccolo e Babbo Natale mi portava proprio quello che avevo chiesto. Non era Natale, ma quello era decisamente il regalo che desideravo.
«Sei reale?» mi sfuggì. La mia mano era ancora stretta nella sua, che era caldissima.
Nicola si mise a ridere e annuì. «Sono reale. Lo prendo come un sì?»
«Buon San Valentino, Alessandro,» sussurrai. Lui rise ancora, le fossette ai lati della sua bocca erano adorabili. Anche la sua bocca era adorabile. Era tutto adorabile.
«Buon San Valentino, Nicola,» rispose lui.

E forse, per una volta, era davvero un buon San Valentino.

FINE

Per saperne di più su Alessandro, Joey, Dante e Boris basta leggere "Hurt", romanzo di esordio di Grazia Di Salvo, edito da Triskell Edizioni.
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È possibile seguire Grazia Di Salvo su: 
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Biografia
Grazia Di Salvo è nata un paio di decenni fa in terre che si narra non esistano, e sta lavorando alla realizzazione del suo sogno di vivere tra la Scozia e il Texas con un branco di cani, gatti e furetti. Ha iniziato a scrivere da piccolina, quando riempiva quaderni e quaderni delle originalissime avventure della bimbetta animalista in fuga dai suoi orribili zii per frequentare una prestigiosa scuola di maghi e streghe in Inghilterra. Incredibilmente non ha avuto troppo successo. Ha studiato tecnica manga e si è specializzata in narrazione, che racchiude un po’ entrambe le sue grandi passioni: scrivere e disegnare. Ama la calma, il tè verde giapponese e il fuoco. È Ariete, Volpe, Gallo e Corniolo di nascita, e ha un’insana fissazione per i segni zodiacali che non ha mai voluto ammettere. È affascinata dalla psicologia e adora ascoltare la voce dei poveri martiri nella sua testa che le parlano delle loro emozioni. Ogni tanto, quando si affeziona a loro, decide che non può lasciarli lì, allora mette tutto su carta e spera che un giorno qualcuno possa amarli almeno quanto lei
febbraio 08, 2017 / by / 0 Comments

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